Qualcosa è restato



Emanuele Rosso era il ragazzo al banchetto degli Amari.
Non lo conoscevo molto. Gli Amari e noi non ci guardavamo con grande simpatia, all’epoca. Erano bravi, erano un bel gruppo di creativi – non solo loro, ma anche le persone attorno a loro – e avevano fatto più successo a livello nazionale, mentre noi eravamo degli onesti local heroes con qualche passaggio nazionale1. Se la tiravano abbastanza, va detto: venivamo dall’hip hop entrambi, quindi che ci stessimo sul cazzo era più o meno indispensabile, necessario per il genere. Eravamo tribù diverse. Loro Riotmaker, noi ReddArmy.

Emanuele non ci guardava con lo stesso tiro degli altri: era una persona gentile, forse introversa visto che ho sentito il tono della sua voce per la prima volta anni dopo. Però, come moltissimi di Riotmaker, che come fucina creativa non si faceva mancare nulla, era bravo. Tanto bravo che lo chiamai a fare un set di foto dei Madrac appena prendemmo il cantante nuovo al posto mio che ero un rotolo de coppa. Le foto erano buone, noi sembravamo frizzanti come lavastoviglie abbandonate in un angolo: per capire dove andare ci sarebbe voluto ancora tempo, e lo abbiamo trovato, ma le sue foto erano belle. E poi disegnava fumetti, ancora acerbi all’epoca, ma belli. Era uno tranquillo, concreto.

Fast forward veloce negli anni: la pandemia sta finendo, ed Emanuele scrive su Facebook che sta facendo una serie a fumetti via newsletter. Mi iscrivo, e in qualcosa mi riconosco, dei suoi fumetti. È quell’immortale maledizione cosmica che ci ha tirato Don Henley con “The boys of summer“: magari sarai anche un imprenditore di successo ma resterai un tizio in un ufficio che si guarderà indietro pensando alla sua gioventù perduta. Che poi gioventù un cazzo, ero già trentacinquenne. Ma ok.


Emanuele inizia la sua storia a fumetti dolceamara (no pun intended) e – confesso – un po’ mi ci specchio, un po’ mi fa tenerezza, e seguo la newsletter con interesse e piacere. Sono nato senza la ghiandola della nostalgia, lo sapete già, ma è una cosa fatta bene e per me tanto basta.

Mesi dopo è lui a contattarmi via mail, e mi dice una cosa tipo: “sto chiedendo a chi c’era in quegli anni di scrivermi qualche riga per il libro, mi mandi qualcosa?”. Per me tutto sommato è come essere invitato alla festa-alla-quale-tanto-non-ti-invitano, e sono in compagnia di musicisti e giornalisti di rango, e molti li chiamo ancora oggi amici – Max Collini, Giulia Blasi, Enrico Veronese, Damir Ivic, Dariella, Aurelio Pasini ed altri ancora. Che bello.
Questo è quello che ho scritto per lui nel libro. Il libro lo potete ordinare qui. È un bel tomo gradevole e strapieno di contenuti.


QUALCOSA È RESTATO

“Musica ti odio, ti amo, mi scopi e mi spezzi il cuore
mi ammaestri ad amare tutto quello che fa male
tra le braccia degli altri non so guardarti ballare
mia, solo mia, sono geloso da morire
non sapevo parlare, mi hai messo in bocca le parole
non sapevo ballare, ora le gambe van da sole
non sapevo baciare, senti, sotto la lingua ho miele
avevo sete di successo e mi hai affamato ancora di più”  (Madrac, “Onde Radio”, 2012)

Maledetta musica. Per un lunghissimo arco della mia seconda e terza muta da serpente sei stata la stella polare, il baricentro di ogni battito del cuore, la ragione della mia vita e la donna della mia vita che non mi voleva. Ho messo in fila le note, le ho studiate, le ho accarezzate come il più amorevole dei Salieri di provincia per due decadi mentre la mia pelle ed i miei capelli cambiavano consistenza e colore, con furiosa, cieca, primitiva devozione. Mi hai regalato almeno il doppio dei battiti del cuore che mi hai rubato, mentre sognavo di vivere con te e di te, ignorando che il mondo mi dava segnali che la mia strada era altrove. A me resta l’orgoglio della mia autarchia, dell’avere scelto sempre le strade più irte, del fare drum’n’bass e funk in friulano della Carnia e dell’avere cercato di produrre musica perchè mi appassionava, non perché fossi un imprenditore delle sette note.
Perché diciamolo, quando ho aperto ReddArmy, che voleva essere un’etichetta discografica, ne avevo la burocrazia, l’organizzazione ma non la mentalità economica. E se la musica deve essere un lavoro, non può esserlo a giorni alterni e io, sincero, pensavo solo ai fiorellini e ai pettirossi.

E ho prodotto artisti che erano pietre d’angolo scartate da altri, e, con friulana abnegazione, sono riuscito a dare loro il massimo di quello che potevo. Se i miei Madrac restano un esperimento linguistico ragguardevole di nessun pubblico, i Carnicats – e Doro Gjat a seguire – sono stati local heroes per quasi un decennio, e si sono fatti il loro viaggio prima in TV fino a Doro sul palco del concertone del primo maggio; e local heroes come loro anche i bellunesi Maci’s Mobile, inossidabili sognatori.

E gli aneddoti che ci rendono vivi sono milioni: da quando con i Dlh Posse al ritorno da uno show su Rai Due restammo senza benzina perché senza una lira in tasca, con la polizia che ci ferma e impietosita ci regala la benzina, ai concerti al Circolo Sardegna della festa dell’Unità (“no, non siete sul palco dell’Estragon, siete lì” indicando un cubicolo tipo pollaio dei Blues Brothers), ad una Barcolana dove abbiamo portato ventidue persone, ballerini compresi, sul palco, al concerto in Lapponia dei Carnicats, terzi ad un concorso internazionale, alle mille facce conosciute e sconosciute sopra e sotto il palco, dentro e fuori dalle televisioni e dalle radio locali, vincendo concorsi e perdendo tempo e denaro e serate spostando grossi e pesanti cubi neri da cantine fumose a palchi di provincia e non, oggi con un disco, domani con una recensione sui giornali nazionali, un make it but don’t fake it provinciale e caparbio.

La storia la scrive chi vince, la discografia la scrive chi resta e forse qualcosa è restato e resterà di tutte queste folli energie che hanno attraversato una terra lontana da tutto e generosa di nulla come il Friuli Venezia Giulia, in quella parabola lunga un decennio – diciamo dal 2000 al 2010 – dove nella sola cinta muraria della città c’erano cinque locali per suonare dal vivo, prima che il Grande Freddo spegnesse tutte le luci dei locali e scacciasse raminghi i grandi festival che portavano i più grandi nomi del mondo in questo tavoliere di silenzio.

Ecco, qualcosa resterà, è restato, continua, e a noi, che guardiamo quegli anni non con nostalgia ma con consapevolezza ed orgoglio, resterà la certezza che, almeno dalla porta di servizio, la Storia l’abbiamo vista, e forse anche scritta.

  1. cantando in larga parte in Friulano, già essere arrivati a questo risultato è stata una mezza specie di trionfo ↩︎
in obtusitas mea fortitudo
in obtusitas mea fortitudo
in obtusitas mea fortitudo
in obtusitas mea fortitudo
in obtusitas mea fortitudo