Giulio: Allora, siamo in questo episodio di Cosa Sposta Audio, perché siamo ospiti oggi del Diffusion Festival di Rovereto, che mi hanno detto che è un po’ tipo lo “SXSW” (South by Southwest) ma di psicologia di Rovereto. E si possono trovare più dettagli cercando “Neuruni” su Instagram, che così potete andare a scoprire chi ci sta ospitando oggi. Ma non è certo per parlare del Diffusion Festival che siamo qua oggi, siamo con Fulvio Romanin: autore di libri, imprenditore, che lavora in ambito e-commerce e siti con la sua azienda Insul da tanti anni. Ci siamo conosciuti circa due milioni di anni fa…
Fulvio: Sì, all’era del pleistocene!
Giulio: Esatto, quando hai scritto “L’IVA funesta”. Come stai oggi Fulvio?
Fulvio: Sto molto bene, grazie. Sono molto felice, sono venuto qua ospite del Wired Next Festival che accade in concomitanza e sono venuto a fare questo workshop che si chiama “Sympathy for the Devil”, che ha questo titolo abbastanza buffo per chi conosce i Rolling Stones. È un piccolo workshop sul fare impresa, un argomento che credo tu conosca molto bene.
Giulio: Ne ho sentito parlare, sì.
Fulvio: Sì, è una cosa credo tu abbia una certa competenza in materia.
Giulio: Ma allora, la cosa un po’ più interessante che è successa nell’ultimo periodo è che hai pubblicato un libro nuovo.
Fulvio: Corretto. Ho pubblicato questo libro che si chiama “Una piccola impresa”, che è uscito per Apogeo. Ho avuto molti dubbi sul fare questo libro, devo dire la verità. Perché tutto sommato fare questo libro richiedeva un atto di incoscienza da parte mia non da poco: io non sono un grande imprenditore, sono un piccolo imprenditore della provincia di Udine, faccio delle cose molto carine ma forse, in certi versi, molte persone troverebbero più autorevole persone che hanno fatto dei risultati fisici, materiali, molto più importanti dei miei.
Dico all’interno del simpatico libretto che io vengo dall’hip hop. E mi hanno insegnato che l’hip hop è fatto da tre suoni: il basso, la batteria e il suono che dà fastidio. Ok? E io avevo questo suono che mi dava fastidio, questo “acufene” durante tutta quanta la scrittura del libro che diceva: “Ma Fulvio, ma chi sei per fare questo libro? Ma come ti viene in mente? Ma che sei uno miliardario che fa queste cose?”.
La realtà è che tutto sommato, non potendo far tacere questo suono (perché non puoi farlo se sei una persona sana di mente), faccio come fanno i musicisti e l’ho messo in partitura. L’ho accordato con le altre note, con le muse, il ritmo che volevo imprimere alle parole. E alla fine sono arrivato a casa con questo libro. Che è un libro che poi, quando ho riletto l’ultima volta, ho detto: “Caspita, è molto denso”. È veramente un libro ricco di contenuti.
Giulio: Beh, diamo qualche idea a chi ci ascolta. Se dovessimo dargli due-tre temi grossi, di cosa tratta?
Fulvio: Allora, faccio una piccola premessa. Il caro Enrico Marchetto, che è una persona che dovresti assolutamente avere ospite prima o poi, ha avuto questa definizione molto sagace descrivendomi come un “saggista di formazione”. Come c’è il “romanziere di formazione”, io sono un saggista di formazione (o il “non più così giovane Holden” degli imprenditori).
Una volta, ad esempio, ho scritto questo “L’IVA funesta” e l’ho scritto perché sono venute delle persone a chiedermi: “Fulvio ma è difficile aprire partita IVA?”. Io ho pensato: “Beh sì, un po’ sì, dovresti sapere delle cose”. Questa cosa è diventata “L’IVA funesta 1.0” (credo erano 12 paginette impaginate in brutta uscite su Rolling Stone Italia grazie all’amico Rido, famoso VJ a cui voglio tanto bene che saluto). Poi è diventata la versione per Wired Italia, che invece è diventata più cospicua e un pochino più pensata. E a un certo punto addirittura è arrivata collaudata nelle librerie, è stato venduto vicino ai Camogli negli Autogrill!
Giulio: Beh, questo è l’highest lifetime achievement, non puoi battere questa cosa. Colonna portante d’Italia.
Fulvio: Sono il nuovo Fabio Volo, però no. Quindi tendenzialmente ho fatto questa cosa. E io ero estremamente riluttante a scrivere quest’ultimo libro, però sono diventato più grande e i miei sogni sono diventati più grandi. E come tante persone mi hanno detto “Mi sono sentito meno solo leggendo il tuo libro”, ho detto: forse non farò del bene a così tanta gente come con l’altro libro, ma magari questa cosa può dare un po’ di senso a delle persone.
Di che cosa parla questo libro? Non ci sono tabelle e ricette miracolose, i miracolosi “30 punti che ti fanno diventare famoso”. È un libro che ti insegna a convivere con tutta una serie di cose che, se tu non sai da solo come imprenditore, le scoprirai a caro prezzo su di te.
Ci sono delle mappe strategiche, hai bisogno di fare questo, questo e questo relativo a quella che è la tua impresa. Ma per quello ci sono persone molto più brave di me.
Ma anche la gestione dell’ansia, anche la gestione dei rapporti con gli altri esseri umani (che peraltro è l’oggetto del mio workshop), quello è assolutamente un tema. Perché la gestione emotiva dell’azienda, dell’impresa intesa come di te stesso, intesa come delle persone con cui lavori, della gestione dei clienti… è un argomento molto meno trattato. Ed è un argomento che ha bisogno di grande spiegazione.
Perché ad esempio quando ti dico che la prima cosa che fai quando tu firmi per l’SRL, ti appare una creatura magica e ti morde sul collo e da quel momento tu convivrai per sempre con l’ansia… Questo non te lo dice nessuno. Quando sei partita IVA, tu non mangi, festa non mangi. Quando per colpa tua non mangiano 200 famiglie, è un altro campionato.
Giulio: Ok. Quindi diciamo che è un libro, da come lo capisco dalla tua descrizione, un po’ “di cuore” sul fare impresa. Un po’ di cuore nel senso che si parla di sensazioni, si parla di emozioni, si parla anche di sorprese che magari non ti aspettavi rispetto a questo percorso che parte invece magari vedendo, ecco, i 10 trucchi che m’han fatto comprare la Lamborghini a Dubai.
Fulvio: Allora, sicuramente diciamo che esistono anche dei primer di argomenti un pochino più basic, come dire “fare impresa”, come dire “crescere”, come dire anche “quali… come scegliere un socio”, ad esempio, che sono delle cose che quando mi hanno chiesto delle persone io ritenevo fosse abbastanza auto-evidente, invece non lo è affatto e questa è la cosa interessante. Anche ad esempio quali carte devi fare, dove devi andare, quali sono ad esempio una serie di investimenti che dovresti fare. Quindi anche delle cose, diciamo, di economia spicciola. Sono tutto sommato molto basic, ma è dedicato al pubblico che dice: “Sono una partita IVA e voglio crescere”.
Giulio: Ok, quindi è un po’ il sequel, se vuoi, del primo libro.
Fulvio: Certo, assolutamente sì. È assolutamente “L’IVA funesta 2.0”.
Giulio: Il primo libro me lo ricordo perché ci siamo conosciuti grazie proprio a quel libro là. Io all’epoca (sono passati cosa, 12-13 anni?) avevo appena aperto partita IVA, quindi su Google cerco un po’… È arrivato questo manuale che tra l’altro è scritto in maniera molto sagace, molto divertente, che però ti dava due-tre dritte. E secondo me più di tutto mi faceva sentire anche un po’ meno un tizio che sta facendo una cosa che faccio fatica a dialogare con i miei pari. Perché vabbè, io c’avevo boh, vent’anni credo… Però appunto, non è che poi vai dalla gente e dici: “Oh, ma tu com’è che fai l’anticipo delle tasse a giugno?” o “La parte di Lead Generation?”. È normale che è tutto un po’ incerto. E mi ricordo che ho letto queste cose qua e insomma m’ha un po’ aiutato a rimetterle nel quadro di quelle che sono delle aspettative realistiche. È un po’, diciamo, il sequel di questo percorso? Quindi dalla partita IVA ho aperto l’SRL e queste invece sono delle altre cose che ho detto “Ah…”?
Fulvio: In una certa misura sì, anche perché poi l’SRL è la Champions League della sindrome dell’impostore. Perché tutto sommato, se tu sei ad esempio una persona che fa la partita IVA, di nuovo, le tue conseguenze ricadono solo su te stesso. Io chiamerei… non so, posso usare un termine un po’ explicit all’interno della trasmissione?
Giulio: In caso lo bippiamo.
Fulvio: Esatto. Diciamo che è il campionato del “cazzogrossismo”, no? Per cui tutto sommato c’è questa grande competizione, c’è questo momento macista di “Ah io ho fatturato grande, io ho tanti soldi, Lamborghini sorpresa…”, a me non me ne frega nulla.
Perché alla fine della giornata ho scoperto che il valore quantitativo (i soldi) sono come le calorie: sono una cosa facile da contare. Ma sostanzialmente: uno, quando sei un imprenditore (e sei un imprenditore sveglio come tu sei) ti rendi conto che i soldi sono solo uno dei possibili outcome di un’impresa. E due, tutto sommato questo tipo di competizione di per sé – e non sto facendo del buddismo da imprenditore tascabile perché questo non è – è soltanto…
Giulio: Che comunque sarebbe un titolo incredibile per un libro!
Fulvio: Sì… però ti dico, tutto sommato sarebbe uno di quegli scenari in cui io dico: io non ho bisogno di raccontarmi la storia… cioè un titolo più bello sarebbe “Volpuvismo”, cioè la filosofia della volpe e dell’uva. Dove tutto sommato dici: “Non è che io tanto non voglio un milione di euro” (wink wink, nudge nudge) e invece lo vuoi segretamente.
Il risultato è che tutto sommato capisci che uno, per stare bene economicamente non hai bisogno di nessun tipo di fatturato. Io quando parlo ad esempio con certi imprenditori mi fanno: “Ah io ho fatto 3 milioni di euro”. Dai, come quella pizzeria là davanti? Che bravo! No, gli faccio io.
Quindi c’è un outcome economico, c’è un outcome personale, c’è un outcome di prestigio. Perché tutte queste sono cose che fanno parte di questo scenario. Capire quale sia quella giusta per te, quale sia il tuo giusto fit, è un tema. Farsi abbindolare dal conformismo sull’imprenditoria, di dire “Io ho bisogno di essere come tutti gli altri e meglio di tutti gli altri”, è un’ottima maniera per passare una vita terribile.
Perché a questo punto tu dovrai fare sempre queste gare eterne con delle persone più grosse, ci sarà sempre uno che ha una piscina a Beverly Hills più grande della tua.
Giulio: Certo. Beh ma questo c’è proprio un modo di dire, adesso in inglese non lo ricordo perfettamente, ma è qualcosa tipo “Il confronto con gli altri è il ladro di tutte le gioie”. Ma la cosa che mi stupisce tra l’altro, che la cosa che tu mi racconti e che tu ti definisci uno “normale” con un’azienda (che poi voglio dire, adesso non è che proprio ti è cascata addosso e dici “ah ecco vai Fulvio fai questa cosa facilissima come andare in bici”… la bici è incendiata, non c’è il sellino, per altro non c’è nessuna bici), che è fare un’azienda, comunque sono un sacco di parti in movimento, non è semplice. Però cose molto simili io ne parlavo in un’intervista precedente con Claudio Erba, che ha portato un’azienda sul Nasdaq, e lui me le ha raccontate uguali. Quindi secondo me c’è proprio un tema di distorsione rispetto a quelle che sono le aspettative di fare impresa, rispetto poi alla realtà che è: tante volte devi fare tutto tu e tante cose ti arrivano un po’ a sorpresa. Che secondo me non è così utile per riuscire poi davvero a capire la realtà. Quindi secondo me questo è un contributo sicuramente molto utile per chi vuole approcciarsi a questo mondo per capire anche un po’ i pro e i contro. E alla fine te la vuoi accollare? Perché non son cose che son sempre divertenti.
Fulvio: No, ma infatti ad esempio una delle cose che hanno risposto alla mia domanda su “perché sto scrivendo questo libro”: se voi leggerete il libro (ripeto, “Una piccola impresa” per Apogeo) vedrete che è scritto come io sto parlando.
Giulio: Sì, è vero, l’hai scritto così.
Fulvio: E mescolare la maniera in cui tieni un registro alto e sofisticato con un registro diciamo più allegro è necessario, è indispensabile. Perché altrimenti sono cose di una noia accecante. Io se c’è una cosa che all’interno del libro faccio è quella di dire: “Ragazzi ricordatevi che io sono l’ultimo degli scemi”, ok? Perché tutto sommato non ho nessuna pretesa di salire in cattedra per spiegare delle cose.
Giulio: Però posso dirti Fulvio che tu ‘sta cosa qua vabbè la fai secondo me anche poi in maniera così divertente… Però abbassa molto secondo me anche le aspettative o comunque la presunzione anche di chi legge. Perché tu alla fine comunque non è che fai delle cose banali. Cioè di nuovo, tenere aperta un’azienda non è una passeggiata di salute sempre. Però partendo da “No ma io comunque faccio del mio meglio con quello che capisco così…”, uno lo legge e dice: “Ah vabbè ma… cioè magari erano dei problemi che a me sembravano delle robe che io dovevo sapere, e invece cavoli, anche Fulvio ce le ha queste cose qua”. Che si definisce comunque uno normale. Secondo me “normalizza” un po’ tutto questo mondo.
Fulvio: Sì, ma in realtà è anche voluto in un certo senso.
Giulio: No, però è una buona tecnica, ecco, questo volevo dire.
Fulvio: Sì sì sì no, ma questo assolutamente. Anche perché poi ripeto, io credo che il vero outcome di questa cosa sia quello che tu alla fine della giornata devi essere felice. E questa parola è pericolosissima ricordiamoci, perché la “felicità” forse non è neanche la parola giusta. La felicità è quella sensazione zuccherina quando la tua squadra vince la partita, che dura un secondo. La consapevolezza, l’equilibrio sono quelle le cose importanti. Il fatto che ogni giorno tu non hai uno scompenso cardiaco perché ti svegli con l’ansia. L’ansia di nuovo è eterna. Tu avrai sempre l’ansia, ma è giusto! Va bene, sei adulto, sei adulta ed è giusto che tu abbia ansia. Perché l’ansia è una parte importante della vita, è il motore che ti fa studiare.
Io durante la pandemia mi è esploso il lavoro sotto il sedere, perché io prima tendenzialmente ero, come dire, un po’ farfallone. Poi a un certo punto cosa è successo? Anche tu mi hai passato dei libri veramente notevoli devo dire la verità, accesa o non accesa a Cesare quel che è di Cesare.
Giulio: Beh tipo? Io non mi ricordo…
Fulvio: Beh, tipo il caro Creative Pricing per esempio, grandissimo libro, scrittore di Win Without Pitching. Super consigliato.
Assolutamente sì. Ma ad esempio un libro che consiglio tantissimo, me l’ha consigliato Alicia Zhao della LEGO a cui ho fatto un’intervista sul nostro blog, si chiama “Imaginable” di Jane McGonigal. È un libro che io consiglio tantissimo ed è un libro sul futuro. Jane McGonigal è passata, diciamo è diventata popolare, non tanto perché abbia predetto la pandemia (perché “immaginarsi una pandemia” è un atto relativamente scolastico da fare), lei è riuscita a capire quali erano una serie di cambiamenti che la pandemia avrebbe portato.
Lei dice che noi quando vediamo una cosa che non era prevista, diciamo sempre questa parola: “Inimmaginabile”. In realtà le cose veramente inimmaginabili non sono tantissime. Perché una possibile guerra non è una cosa inimmaginabile. Capire ad esempio se domani scoppia la guerra che ci attacca qualcuno, come cambia il mio mercato? Ci sarà ancora un mercato? Quella è la vera sfida. Non tanto predire la causa, ma predire l’effetto.
Lei dice: cosa succederebbe se domani ci fosse una legge, out of the blue così de botto, che dice: “Puoi avere un solo paio di scarpe e devi dormirci”? Come cambierebbe la nostra società? Dice: “Ma è una domanda stupida”. Lascia perdere che la domanda sia stupida. Questo è “inimmaginabile” di nuovo.
Giulio: Sì, è vero.
Fulvio: Un conto è come cambierebbe, questa cosa è come io mi adatterei a questa cosa. Perché un imprenditore lo sappiamo, deve avere un timone coi piani quinquennali tipo il Soviet Supremo, però deve essere anche in grado di capirle le cose. Una delle cose che diceva il caro Stephen King, che ci guarda da lassù (o da laggiù)… in realtà è ancora vivo ma gli vogliamo bene. Dice: “Nulla di veramente grande arriva senza essere visibile molto prima”. Ok? Ed è una frase in cui io credo molto.
Per questo da un lato un imprenditore deve essere una persona che si prefigge degli obiettivi senza OKR, KPI… un imprenditore non è un imprenditore, ok? Un altro conto è il momento in cui tu dici: “Ok io questa è la mia religione, io farò questa cosa per sempre”. Tu sai meglio di me che sono morte più aziende di “Abbiamo fatto sempre così” che di crisi. E questo è uno scenario.
Poi c’è chi ha l’atteggiamento “chiesa cattolica” che dice “io sono sempre questa cosa qua immutabile, andrò dritto per la mia strada” e a volte magari gli va bene. Non è una legge costante.
Giulio: No. Ma senti un po’ invece… Allora io ultimamente ho un po’… stavo per dire “iniziato a scrivere”, ma in realtà non è vero che ho iniziato. Però diciamo mi sono messo un po’ più seriamente a scrivere ultimamente sul mio blog. Una cosa di cui mi son reso conto è che mi sorprendo alle volte anche io dei pensieri che ho dopo che li ho scritti. Cioè nel senso che scrivere comunque porta molta chiarezza, almeno a me.
Fulvio: Assolutamente sì.
Giulio: Mi chiedevo, ci sono delle cose che scrivendo poi tu rileggendoti ti sei un po’ sorpreso? Cioè delle cose che proprio hai realizzato mettendo giù il materiale del libro, che dici: “Ah, ok, questa cosa l’ho scoperta un po’ ragionandoci”?
Fulvio: Io credo che assolutamente sì e ti dirò di più. Io oltre a scrivere saggistica ho questo vezzo di scrivere narrativa. Narrativa che per ora non sono riuscito a pubblicare perché pubblicare narrativa in Italia è un terno al lotto tendenzialmente.
La cosa più bella che succede mentre scrivi narrativa è quando i tuoi personaggi dicono: “No, ma io non voglio fare questa cosa che tu stai dicendo di fare. Perché non sono io. Io che sono un personaggio che fa il cattivo, adesso invece mi metterò a piangere. Perché devo far vedere un’altra cosa di me stesso”.
E lo stesso vale per questa cosa. C’è questa cosa molto interessante che dice che noi non abbiamo ricordi dei primi tre anni di vita, per esempio. Non perché i nostri cervelli non siano compiutamente formati, ma perché noi leghiamo molto la verbalizzazione e il ricordo. Quando io parlo di una cosa, io quella cosa diventa più vivida come ricordo, perché diventa un’esperienza elaborata.
Giulio: Mh mh.
Fulvio: L’altro giorno una persona a cui voglio molto bene mi ha detto: “Io non voglio parlare di una certa crisi che ho, perché sennò diventa vera”.
E questa stessa cosa vale anche per i pensieri che scrivi tu. Tu rileggi le cose che hai scritto…
Giulio: E tu invece hai capito questo?
Fulvio: Assolutamente sì.
Giulio: Riesci a raccontarci un pezzetto di storia?
Fulvio: Ma te ne posso dire centomila. Posso dirti ad esempio di quando ho conosciuto qualche tempo fa le sorelle Cancellario, che sono nostre clienti con Heloola, che è un progetto meraviglioso di libri, una cosa fantastica che consiglio di andare a cercare. Una aveva 29 anni, l’altra 31. Quella di 29 era elencata su Forbes tra le giovani imprenditrici più in gamba del pianeta Terra, cose del genere. E sono venute da me con un programma di 3 anni, no? Per il loro sito. Io ho detto: “Minchia, di tutti quanti i vari centinaia di clienti che ho, nessuno è venuto mai con un programma di 3 anni per il sito”. E ho detto: “Anch’io voglio un programma di 3 anni!”.
E questa cosa (perché io non sono invidioso ma sono competitivo come essere umano) mi ha fatto riflettere che ad esempio io non solo non mi ero mai posto l’obiettivo, che è demenziale se ci pensi tutto sommato, vuol dire che fai le tue cose solo per rotolare in avanti… Ma del fatto di dire: “Io per scrivere questa cosa devo comunque documentarmi su cosa voglia dire scriverla”.
E questa cosa mi ha portato nuovi problemi positivi, che invece mi hanno permesso di raggiungere questa consapevolezza, tornando alla tua domanda, che mi diceva: io ho bisogno di essere consapevole di questa cosa e per farlo lo ho fatto perché ho letto le parole che ho scritto.
Giulio: Beh questo super interessante.
Fulvio: Sono certo di averlo fatto. Sono certo di essere andato oltre perché uno dei ragazzi che lavora con me si chiama Lucian ed è questo ragazzo rumeno di seconda generazione, che io vorrei averne 56 e per averne altri mille, perché è un ragazzo veramente in gamba.
Giulio: Per poi conquistare il Meridione a quel punto…
Fulvio: Esatto. Potrei vincere il pianeta Terra. Io sono orgoglioso di tutti i miei ragazzi, ma una cosa che adoro di Lucian è che lui ha questo motto che è “Si può sempre far meglio”. Che io ho preso come slogan aziendale, per esempio. Di nuovo, saluto tutti i ragazzi a casa, siete tutti bellissimi, vi voglio bene (al netto di…)
Ma al netto di questo diciamo, questo mi fa sempre pensare: ok, sono certo che ho avuto l’appagamento della mia curiosità e della mia crescita o me la sto solo raccontando perché oggi ho voglia di guardarmi una serie TV? Non voglio con questo arrivare all’ansia da performance dall’altro lato. Ma una cosa molto buona che ho visto fare a te da sempre è andare a cercare le risposte in dei posti dove la gente non va a cercare le risposte.
Noi siamo una delle poche aziende friulane che io sappia, ma non so quante ce ne siano in Italia, iscritte alla Camera di Commercio di Monaco di Baviera. Io vado a tutte le conferenze su cui riesco a mettere mano. Io tutto quanto quello che guadagno lo spendo a andare in conferenze. Perché io voglio pensare in grande.
Quindi questa è una risposta che ho trovato facendo queste cose. E questa è una delle ragioni per cui ad esempio per me è vitale avere queste domande, altrimenti diventi pigro. Altrimenti dici di nuovo “Abbiamo sempre fatto così”.
Giulio: Ma sì, il classico detto, no? Che se non sai da che parte vuoi andare tutte le strade vanno bene. In effetti nel momento in cui poi ti metti ad articolare una visione, i problemi che nascono secondo me nascono dal fatto che stai ragionando su “Ok ma com’è che ci arrivo lì?”. E questo è uscito, scusami, da un cliente o comunque dalla possibilità che stavi andando…
Fulvio: In particolare loro sono state un “la” di questa cosa, per dirti.
Giulio: E questa cosa tu la ritrovi anche nel libro? Cioè nel senso, libro scritto principalmente al passato o hai avuto anche delle parti in cui poi ti sei un po’ anche interrogato sul futuro?
Fulvio: Addirittura ci sono delle parti che sono romanzate. Un libro molto bello che se non avete letto è “Built to Sell” di John Warrillow (o Richard Warrillow, adesso non mi ricordo) ed è questo libro che in maniera romanzata, con un raccontino, ti insegna come si fa a far crescere e a vendere la tua azienda. A farla crescere per venderla.
Giulio: Poi qua linkiamo tutto…
Fulvio: Ecco, in questo libro ad esempio c’è la storia di questo tizio che è una persona di mezza età come me, che vuole vendere la sua azienda e va da uno più bravo che l’ha fatto prima, no? Io ho fatto questa cosa ad esempio all’interno del mio simpatico libro dove ho preso due persone immaginarie, Sandro e neanche mi ricordo… E queste due persone sostanzialmente iniziano un’azienda, prendono una prima persona, prendono una seconda, capiscono come si fanno i gruppi di lavoro e questa cosa te la esemplifico. Con un raccontino, ci sta.
E nello stesso momento gli racconto di quando loro fanno un lavoro con un cliente americano e questo cliente americano è più grande di quello che loro possono prendere. Questo perché? Perché tutto sommato, exempli gratia, questa cosa ha più senso che non soltanto raccontartela cattedraticamente.
Io ci tengo a essere discorsivo in quello che faccio, mi spiego? E questa cosa l’ho fatta neanche con un passato o con un futuro, ma con una terza persona proprio.
Il futuro è una parte preponderante di quello che facciamo.
Giulio: Come dire “da quelli bravi”, dai oggi del festival che comunque è un po’ della psicologia, è un po’ una filosofia della Gestalt m’hanno insegnato a dire.
Fulvio: Mamma mia. Sono molto contento di essere in questa trasmissione, ti ringrazio. Sono onorato.
Giulio: Di proiettare su un te stesso in terza persona.
Fulvio: Ma è importante. Tu sapevi che esiste questa cosa…
Giulio: Andrea Garofalo, che oggi è qua all’audio, che peraltro studia psicologia, ci fa di sì con la testa, quindi potrei non aver detto delle cazzate.
Fulvio: Tu sapevi che ad esempio noi come specie non riusciamo a pensare a noi come… non in terza persona quando pensiamo a noi più vecchi? Se tu pensi a te stesso più vecchio, tu non ti vedrai mai in point of view, ma ti vedrai dall’esterno come un vecchiettino che fa delle cose. È un fatto di specie, questa. Noi esseri umani ad esempio abbiamo questo, diciamo… questo modo di vedere le cose. Ce ne sono altri molto interessanti.
Uno che ad esempio mi permetto di lasciare qua è il cosiddetto Numero di Dunbar. Tu sai che cos’è il numero di Dunbar?
Giulio: No.
Fulvio: Il numero di Dunbar dice che noi possiamo tenere vive (e vive intendo di scambi attivi) fino a una media di 120 connessioni permanenti con delle persone. Quindi ad esempio io e te ci vediamo e ci sentiamo una volta al mese, per esempio, ok? Ma tu sei appena fuori dal mio numero di Dunbar. Perché il numero di Dunbar è la mia amica Marzia con cui vado a fare jogging ogni giorno, per esempio, ok? Perché questa cosa? Perché è la grandezza del numero delle persone che facevano parte di una tribù del neolitico.
Giulio: Ah, ok.
Fulvio: Il nostro cervello è programmato che tu hai un certo numero di persone che ti sono attorno. Le altre non è che sono morte o scomparse, però queste persone ti scompaiono dalla vista.
Giulio: Sì sì.
Fulvio: E questo paradossalmente succede anche coi clienti. Perché tutto sommato tu continui a sentire i clienti che… ma poi ad esempio ti perdi delle opportunity di lavoro clamorose perché quello lì: “Ah cacchio ma non mi hai mai sentito, non ci siamo mai detti questa cosa”.
Giulio: Eh beh questo è un classico.
Fulvio: Il numero di Dunbar ad esempio tu mi insegni nelle imprese molto più stretto. Uno perché tendenzialmente le aziende di servizi o di prodotti, come saremo noi dall’anno prossimo, diventano sostanzialmente delle aziende che hanno un numero limitato di clienti per mantenere un certo tipo di qualità. Due, perché tutto sommato il tuo cervello è lo stesso.
Giulio: Ok. E quindi mi dicevi: osservo questa parte di visione a 3 anni, osservo quello che sto facendo, mi rendo conto che ho una direzione (perché poi è chiaro che le cose comunque vanno verso una direzione che un po’, diciamo, il cuore sente, volendo dire un po’ così… vogliamoci bene tutti bene). Cos’è cambiato? Aspetta anzi scusa una domanda: quanto tempo fa è successa questa cosa di questi 3 anni che mi raccontavi di visione?
Fulvio: Ah no, sotto pandemia.
Giulio: Quindi nel 2020?
Fulvio: Forse qualcosa del genere, forse 21-22, una cosa del genere.
Giulio: Com’è cambiata la tua percezione del futuro dopo che hai fatto questo esercizio di…
Fulvio: La mia percezione del futuro cambia ogni giorno.
Giulio: No, mettendo… proprio come… a livello emotivo, come te la senti rispetto al futuro? Perché mi hai parlato molto di ansia all’inizio dell’intervista.
Fulvio: Ma l’ansia, cioè come posso dirti, è un male necessario. Non è assolutamente una cosa… Cioè io penso che convivere con l’ansia sia una delle cose a cui dobbiamo abituarci. Perché l’ansia non se ne andrà via mai. Di nuovo diventa il rumore che dà fastidio del rap. Però tutto sommato va bene, cioè è normale, è adulto, è giusto che ce l’abbia.
Giulio: Però la curiosità era: rispetto al “prima” di scrivere “Ok voglio arrivare a questo punto” e il “dopo” in cui hai un po’ articolato questi pensieri (poi non so se c’è un documento, come l’hai fatto), come cambia secondo te il rapporto che hai col futuro?
Fulvio: Un proverbio Yiddish molto bello dice: “L’uomo fa progetti e Dio sorride”. Io e te facciamo parte di un’industria tecnologica che è tra le più incredibili di tutta la storia dell’umanità perché è una storia dove… è un tipo di tecnologia dove l’impermanenza è la regola. Quello che noi facciamo cresce con una velocità e un’esponenzialità che rare industrie hanno. Io mi autodefinisco un “CEO a là canto”, perché ho 54 anni e nel mondo del digitale 54 anni o sei uno che è veramente pieno di soldi oppure… mh, ok? C’è questo bias, ad esempio, no? Che se tu hai 54 anni devi essere il capo di Amazon. Sorpresa: non è vero.
Questa cosa non può che evolvere col tempo. Io in questo momento, se mi fai una domanda di questo tipo, la mia risposta più onesta è: non te lo so ancora dire.
Perché questa evoluzione è talmente repentina e talmente rapida che quello che dicevo al Fulvio di ieri, domani potrebbe non essere più vero. Ma io credo che questa sia una grande conquista. Perché per noi come imprenditori ancorarci a delle idee fisse… Il programma è una cosa. Il programma non può non avere dei tempi. Io non posso dire adesso “questa tecnologia che uso la cambio ogni giorno”, sennò sarei un pirla, ok? Perché tutto sommato la tecnologia devi dargli un respiro.
La visione dietro alla tecnologia si modula. Esempio: io lavoro con WordPress da 15 anni. La mia azienda su WordPress fa delle cose molto belle. La domanda è ad esempio: tra 15 anni io lavorerò ancora con WordPress?
Giulio: È una buona domanda.
Fulvio: È una buona domanda e la risposta è…
Giulio: WordPress è una di quelle cose che tutti danno morti ogni anno…
Fulvio: Ma figurati, il PHP lo danno morto e sepolto da secoli e il PHP mangerà sulla tomba di tutti, capito? Però la questione di fondo è: io tra 15 anni farò ancora WordPress e Shopify come facciamo adesso? Da un lato la risposta è “chi se ne importa”. Perché tutto sommato io lo vedrò arrivare, di nuovo come diceva Stephen King, lo vedrò arrivare e mi adatterò. Dall’altro lato, 15 anni nella mia vita professionale (che è io quello che vedo come mio limite massimo ancora di lavoro) sono tanto e sono niente. Perché 15 anni fa io lavoravo in WordPress e guarda un po’ ci facevo bei soldi. Adesso faccio molti più soldi con lo stesso strumento morto e sepolto.
Tu hai detto una cosa molto intelligente tempo addietro, perché hai detto una cosa del tipo: “Eh ma quello si compra un template da 50 euro per fare il sito”. Tu hai detto: “Sì zio, ma dipende da quello che ci hai scritto sopra”. E questa è assolutamente una verità.
La tecnologia che noi utilizziamo è utile nel momento in cui è strumento di una direzione, di un purpose. In questo momento il fatto che io usi WordPress tra 15 anni potrebbe non essere neanche rilevante rispetto a quello che è lo scenario generale.
A me viene da pensare che per come stanno andando le cose nel mondo potrebbe anche essere. Ma la vera risposta è: la vera expertise è il possesso del dato che c’è dietro WordPress. È il possesso della… pensa quanto è importante per un’azienda manifatturiera, per esempio, il fatto che tu gestisca tutta la loro informazione. Wow. È una cosa che vale come un camion, due camion, tre camion della loro impresa. Non è una cosa che vengono da te “sei il ragazzino del sito come vent’anni fa”.
Tu sei una persona che progetta architetture. Progetta user experiences, progetta tutte queste cose. E questa cosa è super mega importante.
Io non so dirti se tra 15 anni userò WordPress. La mia risposta più onesta è “chi se ne importa”. Ma dall’altro lato non è neanche una risposta banale, mi spiego?
Giulio: No, no, no, certo, certo. Ma infatti ero curioso appunto su un orizzonte un po’ più breve. Perché su orizzonti così lunghi credo che fare previsioni sia spesso più un esercizio di pensiero che poi una reale possibilità di pianificazione strategica per l’azienda.
Fulvio: Soprattutto nel nostro mestiere.
Giulio: È un po’ come la cosa della scarpa che dicevi prima: fai un paio di scarpe sole, dici “come cambia il mondo?”. Ho capito.
Quindi diciamo che cerchi di restare comunque molto agile rispetto a quello che può essere il futuro, non bloccarti troppo in una visione, questo per riuscire anche a muoverti nel momento in cui vedi delle cose che cambiano.
Fulvio: Io cerco con tutto me stesso di restare scomodo. Con tutto me stesso cerco di non adagiarmi sul fatto che “Ok questa cosa funzionicchia, la portiamo avanti”. L’informatica per certi versi si è trasformata per tantissime ragioni nel regno del fake it till you make it. Perché tutto sommato è possibile ottenere degli outcome anche rilevanti per un’azienda (un’azienda qualunque intendo, di quelle che tu servi) anche magari non essendo il più grande esperto dell’universo. Questa è una cosa molto impopolare quello che sto dicendo, però è vera tutto sommato.
Io quello che voglio fare è cercare di essere scomodo. Cercare di dire: “Ok, questa cosa sta funzionando. Ho visto che è uscita quella nuova libreria. A me non interessa la nuova libreria, la technicality a me non interessa minimamente. Interessa capire se questa cosa porta una differenza alle persone”.
Una delle ragioni per cui noi siamo apprezzati è perché io sono quel tipo di azienda che ti telefona e ti dice: “Zio, è uscita quella figata”. E questo non è una cosa comune. Perché normalmente le aziende dicono: “Ok ho finito, ho fatto la fattura, arrivederci ci vediamo a Natale”.
Io… la cosa che mi piace è che io ho ancora fame a 54 anni. Cioè non sono una persona che si adagia sul fatto che dice “vabbè ho fatto questo e quell’altro mondo”, io adesso faccio quello che un po’ se la tira poco, però è anche vero che mi sono tolto tante soddisfazioni nella vita. Potrei anche dire “sai che c’è, ho fatto il mio, arrivo fino a 70 anni, vendo, faccio pensione, arrivederci”. No, io ho ancora fame. Sono ancora curioso, vado in giro con la stessa testa tua alle conferenze e parlo con gente che ha 10 anni, 20 anni, 30 anni meno di me perché sono veramente sinceramente interessato a quello che loro dicono.
Giulio: E invece rispetto al panorama delle aziende, dato che insomma è una cosa su cui tu lavori da tanti anni, che appunto lavorano sui siti (che alla fine è un tipo di prodotto che c’è da tanto) e anche sulla parte di e-commerce… Com’è che vedi un po’ lo scenario oggi?
Fulvio: È molto difficile come domanda. È molto difficile non perché sia difficile la domanda ma perché c’è… è una risposta molto difficile.
Partiamo da un assunto. In questo momento ci sono tre grandi scenari.
Lo scenario “Agenzia Full Service” che ti fa tutto quanto (compreso digitale, ti fa tutti i video, ti fa le foto e tutto quanto) e che spesso fa dei risultati Internet non sempre esaltanti.
L’”Agenzia Intermedia” come la mia, che fa la rotellina all’interno di un meccanismo più grande.
E “a mio cugino”, che è il tizio che ti fa per 2000 euro il sito con il template di WordPress. Che per carità può essere utile anche quello, ma questo è uno scenario.
Credo che ci sia stato durante la pandemia una grande accelerazione sulla consapevolezza del fatto che “Ehi, questa cosa chiamata Internet potrebbe essere utile!”, ok? Da lì a pensare che questo sia diventato un vero strumento per le aziende italiane, questo è un altro campionato.
Giulio: Ok. Cosa serve? Perché tu la vedi molto più di me questa cosa, alla fine noi lavoriamo tanto su prodotti per cui il mondo dei siti io lo vedo sempre un po’ da distante ecco.
Fulvio: Il mondo dei siti è diventato la versione 2.0 di una tipografia, tutto sommato. Perché tutto sommato è un lavoro che… mi dicono nuove tecnologie, sono robe che hanno 30 anni ragazzi! L’iPhone è del 2007, fra 30 anni, no fra 20 anni l’anno prossimo cos’è? Quindi è inutile che mi dici le nuove tecnologie, non lo sono.
Io in questo momento quello che faccio è una bella copisteria che ti fa gli stampati e li faccio su monitor invece che su carta. Va bene, è giusto. Ti porto un risultato, ti porto dei soldi. Uno dei clienti per cui ho fatto un e-commerce ha avuto 4 volte il tipo degli acquisti che aveva prima perché gli abbiamo fatto tutta una serie di sistemi di onboarding più sofisticati.
Ma l’esperienza è modificata, si è modificato il pubblico. Ci sono molte persone più mature che usano i siti rispetto a quando eravamo ragazzini noi (perché tu eri ragazzino l’altro giorno quindi lasciamo stare… però diciamo).
Giulio: Perché chi ci ascolta io ho 74 anni comunque, più di te di fresco.
Fulvio: Risultato comunque, la questione è: l’utenza di un sito Internet è cambiata. Io sono andato a fare questo corso con Vitaly Friedman che è uno dei più grandi esperti mondiali di usabilità. Ho fatto questo workshop ad esempio dove io e la squadra con cui ero (che eravamo in tre) ha vinto, perché ci eravamo immaginati questo configuratore di auto che aveva i preset. Cosa vuol dire i preset? Il preset fatto come Snoop Dogg. Perché tu prendi quest’auto perché è aspirazionale, invece di farti cambiare tutti i colorini a cacchio, io ti do già come fa il tuo eroe e poi vari su quello, perché tanto a te interessa quello. Interessa l’aspirazione.
La maniera in cui si vive l’informatica è un conto. Il sito Internet potrebbe essere una cosa perfettamente inutile tra due anni, potrebbe essere il centro della tua vita.
I social stanno avendo un processo trasformativo devastante. I social sono sempre meno social e sempre più broadcast. Perché Instagram è più broadcast che social ormai. TikTok per l’amor del Signore. Addirittura ci sono… c’è uno studio bellissimo di un tizio che ha fatto questo studio che diceva che la gente sente tante canzoni famosissime ma non saprà mai chi è l’autore. Pensa questo da un punto di vista generale quanto è svalorizzante dei contenuti.
Capire se il sito diventerà lo “Unique Point of Truth” di un’azienda o diventerà invece la parte per così dire accessoria soltanto a un funnel di vendita, è uno scenario. Adesso ad esempio le intelligenze artificiali ti fanno le ricerche e ti danno direttamente il “compra” sull’intelligenza… all’interno dell’intelligenza artificiale. Quindi da questo punto di vista un e-commerce potrebbe non avere neanche più nessun tipo di bisogno di user experience perché tanto se la gente lo compra dall’interno dell’intelligenza artificiale, di fatto a questo punto basta solo avere un grande database.
Giulio: Sì, sì, dei JSON esposti con delle API…
Fulvio: E questo è assolutamente uno scenario. Fatto questo però, questo porta di nuovo alla considerazione sul dove andremo. È un po’ presto per dirlo. È assolutamente un po’ presto per dirlo. A intuito ti direi che una serie di persone cambieranno, una serie si sposteranno e altre no. La radio quando è arrivata la televisione c’è rimasta. La televisione quando è arrivata Internet è rimasta. Ognuno ha la sua nicchia di mercato.
Giulio: Sì, sì, sì, sì. Ma e proprio riguardo a questo, dato che abbiamo parlato tanto durante questa intervista di futuro, di impermanenza, se vuoi anche di dubbi, progetti… Cos’è che invece secondo te tra 10 anni resterà uguale? Cioè le cose che poi alla fine sono permanenti pur avendo magari anche strumenti che cambiano e scenari che cambiano.
Fulvio: Com’è una ottima domanda, ti ringrazio. E la risposta migliore che riesco a darti è: resteranno uguali i desideri degli esseri umani.
La natura umana è mutevole, ma certi principi archetipici, certi principi naturali sono dentro di noi e sono fatti per restare come specie. Quindi certe cose: il bisogno di validazione, il bisogno di conforto, il bisogno di benessere, il bisogno di auto-affermazione. Sono tutte cose che resteranno.
Cambieranno alcune forme, cambieranno alcune maniere di porsi. Ma tendenzialmente queste sono cose proprio di specie. Di nuovo, mi piace parlare di specie perché ti rendi un’idea veramente al largo raggio di quello che siamo. Noi viviamo quando siamo fortunati 80 anni. Facciamo azienda quando siamo sfortunati per 50, perché quando siamo fortunati la facciamo per 5 e poi viviamo alle Baleari in una nostra piscina.
Giulio: Questo piccola nota per chi ci ascolta: non succede quasi mai. Questo proprio dalle interviste che ho fatto non ho nessuno che è riuscito a fare questa cosa.
Fulvio: E li guardiamo da lassù col loro sorriso buono.
Giulio: Ma salutiamo tutti gli amici dalle Baleari.
Fulvio: Però al netto di questo di nuovo: è una cosa sulla quale per noi è bello anche immaginarlo, questo da un punto di vista culturale. Il lavoro è cultura. Ed è la cultura che ha il lavoro in sé e la cultura che produce.
Giulio: Va bene. Allora grazie Fulvio per il tuo tempo.
Fulvio: Grazie a te.
Giulio: E se avete una partita IVA che sta un po’ quasi per scavallare quell’ambito della partita IVA in cui sta per dire “magari mi apro un’SRL”, per le SRL appena nate, per le SRL che ci sono ancora da un po’ e sono ancora giovanotte, un buon libro per confrontarsi con l’esperienza di qualcun altro che ha un percorso simile.
Fulvio: Un imprenditore che io stimo molto mi ha detto: “È stato un piacevole ripasso leggere queste cose”. Perché ci sono delle cose che tendenzialmente tendi un po’ a scordarti con l’andare del tempo. Io se posso consigliarvi, anche da diciamo se siete partita IVA, anche questo è un buon libro. Anche perché prima o poi i vostri sogni diventeranno più grandi e la partita IVA può essere un ottimo punto di partenza ma potrebbe non essere il migliore punto di arrivo. Quindi il mio consiglio è: cuore oltre l’ostacolo, dategli una letta.
Giulio: Va bene. Grazie Fulvio.
Fulvio: Grazie a te.
Ecco il riassunto dell’intervista e la lista dei libri citati con i relativi riferimenti.
Riassunto dell’intervista
In questo episodio registrato al Diffusion Festival di Rovereto, Giulio intervista Fulvio Romanin, imprenditore (fondatore dell’agenzia Ensoul) e autore. La conversazione ruota attorno all’uscita del suo nuovo libro, “Una piccola impresa” (Apogeo), definito dall’autore come un sequel più maturo del suo precedente successo “L’IVA funesta”.
A differenza dei classici manuali che promettono facili guadagni, il libro esplora il lato emotivo e psicologico del fare impresa: la convivenza necessaria con l’ansia, la sindrome dell’impostore (che peggiora passando da Partita IVA a SRL) e la gestione dei rapporti umani. Romanin sottolinea come il successo non sia misurabile solo economicamente, ma attraverso il benessere personale e l’equilibrio. Vengono toccati temi come il “Numero di Dunbar” applicato al business (il limite cognitivo delle relazioni che possiamo gestire efficacemente) e il futuro delle web agency: sebbene le tecnologie (come WordPress o i siti web stessi) possano diventare obsolete, il valore reale rimarrà nella gestione del dato e nella cultura del lavoro. Il consiglio finale di Romanin è di “rimanere scomodi” e curiosi, continuando a formarsi e a guardare oltre il proprio orticello.
Libri citati nell’intervista
- Una piccola impresa di Fulvio Romanin
- L’IVA funesta di Fulvio Romanin
- Built to Sell (in italiano: Costruire un’azienda da vendere) di John Warrillow
- Imaginable di Jane McGonigal
- Pricing Creativity di Blair Enns







