Autore: Fulvio

  • Intervista con Giulio Michelon, “Cosa sposta”

    Intervista con Giulio Michelon, “Cosa sposta”

    Giulio: Allora, siamo in questo episodio di Cosa Sposta Audio, perché siamo ospiti oggi del Diffusion Festival di Rovereto, che mi hanno detto che è un po’ tipo lo “SXSW” (South by Southwest) ma di psicologia di Rovereto. E si possono trovare più dettagli cercando “Neuruni” su Instagram, che così potete andare a scoprire chi ci sta ospitando oggi. Ma non è certo per parlare del Diffusion Festival che siamo qua oggi, siamo con Fulvio Romanin: autore di libri, imprenditore, che lavora in ambito e-commerce e siti con la sua azienda Insul da tanti anni. Ci siamo conosciuti circa due milioni di anni fa…

    Fulvio: Sì, all’era del pleistocene!

    Giulio: Esatto, quando hai scritto “L’IVA funesta”. Come stai oggi Fulvio?

    Fulvio: Sto molto bene, grazie. Sono molto felice, sono venuto qua ospite del Wired Next Festival che accade in concomitanza e sono venuto a fare questo workshop che si chiama “Sympathy for the Devil”, che ha questo titolo abbastanza buffo per chi conosce i Rolling Stones. È un piccolo workshop sul fare impresa, un argomento che credo tu conosca molto bene.

    Giulio: Ne ho sentito parlare, sì.

    Fulvio: Sì, è una cosa credo tu abbia una certa competenza in materia.

    Giulio: Ma allora, la cosa un po’ più interessante che è successa nell’ultimo periodo è che hai pubblicato un libro nuovo.

    Fulvio: Corretto. Ho pubblicato questo libro che si chiama “Una piccola impresa”, che è uscito per Apogeo. Ho avuto molti dubbi sul fare questo libro, devo dire la verità. Perché tutto sommato fare questo libro richiedeva un atto di incoscienza da parte mia non da poco: io non sono un grande imprenditore, sono un piccolo imprenditore della provincia di Udine, faccio delle cose molto carine ma forse, in certi versi, molte persone troverebbero più autorevole persone che hanno fatto dei risultati fisici, materiali, molto più importanti dei miei.

    Dico all’interno del simpatico libretto che io vengo dall’hip hop. E mi hanno insegnato che l’hip hop è fatto da tre suoni: il basso, la batteria e il suono che dà fastidio. Ok? E io avevo questo suono che mi dava fastidio, questo “acufene” durante tutta quanta la scrittura del libro che diceva: “Ma Fulvio, ma chi sei per fare questo libro? Ma come ti viene in mente? Ma che sei uno miliardario che fa queste cose?”.

    La realtà è che tutto sommato, non potendo far tacere questo suono (perché non puoi farlo se sei una persona sana di mente), faccio come fanno i musicisti e l’ho messo in partitura. L’ho accordato con le altre note, con le muse, il ritmo che volevo imprimere alle parole. E alla fine sono arrivato a casa con questo libro. Che è un libro che poi, quando ho riletto l’ultima volta, ho detto: “Caspita, è molto denso”. È veramente un libro ricco di contenuti.

    Giulio: Beh, diamo qualche idea a chi ci ascolta. Se dovessimo dargli due-tre temi grossi, di cosa tratta?

    Fulvio: Allora, faccio una piccola premessa. Il caro Enrico Marchetto, che è una persona che dovresti assolutamente avere ospite prima o poi, ha avuto questa definizione molto sagace descrivendomi come un “saggista di formazione”. Come c’è il “romanziere di formazione”, io sono un saggista di formazione (o il “non più così giovane Holden” degli imprenditori).

    Una volta, ad esempio, ho scritto questo “L’IVA funesta” e l’ho scritto perché sono venute delle persone a chiedermi: “Fulvio ma è difficile aprire partita IVA?”. Io ho pensato: “Beh sì, un po’ sì, dovresti sapere delle cose”. Questa cosa è diventata “L’IVA funesta 1.0” (credo erano 12 paginette impaginate in brutta uscite su Rolling Stone Italia grazie all’amico Rido, famoso VJ a cui voglio tanto bene che saluto). Poi è diventata la versione per Wired Italia, che invece è diventata più cospicua e un pochino più pensata. E a un certo punto addirittura è arrivata collaudata nelle librerie, è stato venduto vicino ai Camogli negli Autogrill!

    Giulio: Beh, questo è l’highest lifetime achievement, non puoi battere questa cosa. Colonna portante d’Italia.

    Fulvio: Sono il nuovo Fabio Volo, però no. Quindi tendenzialmente ho fatto questa cosa. E io ero estremamente riluttante a scrivere quest’ultimo libro, però sono diventato più grande e i miei sogni sono diventati più grandi. E come tante persone mi hanno detto “Mi sono sentito meno solo leggendo il tuo libro”, ho detto: forse non farò del bene a così tanta gente come con l’altro libro, ma magari questa cosa può dare un po’ di senso a delle persone.

    Di che cosa parla questo libro? Non ci sono tabelle e ricette miracolose, i miracolosi “30 punti che ti fanno diventare famoso”. È un libro che ti insegna a convivere con tutta una serie di cose che, se tu non sai da solo come imprenditore, le scoprirai a caro prezzo su di te.

    Ci sono delle mappe strategiche, hai bisogno di fare questo, questo e questo relativo a quella che è la tua impresa. Ma per quello ci sono persone molto più brave di me.

    Ma anche la gestione dell’ansia, anche la gestione dei rapporti con gli altri esseri umani (che peraltro è l’oggetto del mio workshop), quello è assolutamente un tema. Perché la gestione emotiva dell’azienda, dell’impresa intesa come di te stesso, intesa come delle persone con cui lavori, della gestione dei clienti… è un argomento molto meno trattato. Ed è un argomento che ha bisogno di grande spiegazione.

    Perché ad esempio quando ti dico che la prima cosa che fai quando tu firmi per l’SRL, ti appare una creatura magica e ti morde sul collo e da quel momento tu convivrai per sempre con l’ansia… Questo non te lo dice nessuno. Quando sei partita IVA, tu non mangi, festa non mangi. Quando per colpa tua non mangiano 200 famiglie, è un altro campionato.

    Giulio: Ok. Quindi diciamo che è un libro, da come lo capisco dalla tua descrizione, un po’ “di cuore” sul fare impresa. Un po’ di cuore nel senso che si parla di sensazioni, si parla di emozioni, si parla anche di sorprese che magari non ti aspettavi rispetto a questo percorso che parte invece magari vedendo, ecco, i 10 trucchi che m’han fatto comprare la Lamborghini a Dubai.

    Fulvio: Allora, sicuramente diciamo che esistono anche dei primer di argomenti un pochino più basic, come dire “fare impresa”, come dire “crescere”, come dire anche “quali… come scegliere un socio”, ad esempio, che sono delle cose che quando mi hanno chiesto delle persone io ritenevo fosse abbastanza auto-evidente, invece non lo è affatto e questa è la cosa interessante. Anche ad esempio quali carte devi fare, dove devi andare, quali sono ad esempio una serie di investimenti che dovresti fare. Quindi anche delle cose, diciamo, di economia spicciola. Sono tutto sommato molto basic, ma è dedicato al pubblico che dice: “Sono una partita IVA e voglio crescere”.

    Giulio: Ok, quindi è un po’ il sequel, se vuoi, del primo libro.

    Fulvio: Certo, assolutamente sì. È assolutamente “L’IVA funesta 2.0”.

    Giulio: Il primo libro me lo ricordo perché ci siamo conosciuti grazie proprio a quel libro là. Io all’epoca (sono passati cosa, 12-13 anni?) avevo appena aperto partita IVA, quindi su Google cerco un po’… È arrivato questo manuale che tra l’altro è scritto in maniera molto sagace, molto divertente, che però ti dava due-tre dritte. E secondo me più di tutto mi faceva sentire anche un po’ meno un tizio che sta facendo una cosa che faccio fatica a dialogare con i miei pari. Perché vabbè, io c’avevo boh, vent’anni credo… Però appunto, non è che poi vai dalla gente e dici: “Oh, ma tu com’è che fai l’anticipo delle tasse a giugno?” o “La parte di Lead Generation?”. È normale che è tutto un po’ incerto. E mi ricordo che ho letto queste cose qua e insomma m’ha un po’ aiutato a rimetterle nel quadro di quelle che sono delle aspettative realistiche. È un po’, diciamo, il sequel di questo percorso? Quindi dalla partita IVA ho aperto l’SRL e queste invece sono delle altre cose che ho detto “Ah…”?

    Fulvio: In una certa misura sì, anche perché poi l’SRL è la Champions League della sindrome dell’impostore. Perché tutto sommato, se tu sei ad esempio una persona che fa la partita IVA, di nuovo, le tue conseguenze ricadono solo su te stesso. Io chiamerei… non so, posso usare un termine un po’ explicit all’interno della trasmissione?

    Giulio: In caso lo bippiamo.

    Fulvio: Esatto. Diciamo che è il campionato del “cazzogrossismo”, no? Per cui tutto sommato c’è questa grande competizione, c’è questo momento macista di “Ah io ho fatturato grande, io ho tanti soldi, Lamborghini sorpresa…”, a me non me ne frega nulla.

    Perché alla fine della giornata ho scoperto che il valore quantitativo (i soldi) sono come le calorie: sono una cosa facile da contare. Ma sostanzialmente: uno, quando sei un imprenditore (e sei un imprenditore sveglio come tu sei) ti rendi conto che i soldi sono solo uno dei possibili outcome di un’impresa. E due, tutto sommato questo tipo di competizione di per sé – e non sto facendo del buddismo da imprenditore tascabile perché questo non è – è soltanto…

    Giulio: Che comunque sarebbe un titolo incredibile per un libro!

    Fulvio: Sì… però ti dico, tutto sommato sarebbe uno di quegli scenari in cui io dico: io non ho bisogno di raccontarmi la storia… cioè un titolo più bello sarebbe “Volpuvismo”, cioè la filosofia della volpe e dell’uva. Dove tutto sommato dici: “Non è che io tanto non voglio un milione di euro” (wink wink, nudge nudge) e invece lo vuoi segretamente.

    Il risultato è che tutto sommato capisci che uno, per stare bene economicamente non hai bisogno di nessun tipo di fatturato. Io quando parlo ad esempio con certi imprenditori mi fanno: “Ah io ho fatto 3 milioni di euro”. Dai, come quella pizzeria là davanti? Che bravo! No, gli faccio io.

    Quindi c’è un outcome economico, c’è un outcome personale, c’è un outcome di prestigio. Perché tutte queste sono cose che fanno parte di questo scenario. Capire quale sia quella giusta per te, quale sia il tuo giusto fit, è un tema. Farsi abbindolare dal conformismo sull’imprenditoria, di dire “Io ho bisogno di essere come tutti gli altri e meglio di tutti gli altri”, è un’ottima maniera per passare una vita terribile.

    Perché a questo punto tu dovrai fare sempre queste gare eterne con delle persone più grosse, ci sarà sempre uno che ha una piscina a Beverly Hills più grande della tua.

    Giulio: Certo. Beh ma questo c’è proprio un modo di dire, adesso in inglese non lo ricordo perfettamente, ma è qualcosa tipo “Il confronto con gli altri è il ladro di tutte le gioie”. Ma la cosa che mi stupisce tra l’altro, che la cosa che tu mi racconti e che tu ti definisci uno “normale” con un’azienda (che poi voglio dire, adesso non è che proprio ti è cascata addosso e dici “ah ecco vai Fulvio fai questa cosa facilissima come andare in bici”… la bici è incendiata, non c’è il sellino, per altro non c’è nessuna bici), che è fare un’azienda, comunque sono un sacco di parti in movimento, non è semplice. Però cose molto simili io ne parlavo in un’intervista precedente con Claudio Erba, che ha portato un’azienda sul Nasdaq, e lui me le ha raccontate uguali. Quindi secondo me c’è proprio un tema di distorsione rispetto a quelle che sono le aspettative di fare impresa, rispetto poi alla realtà che è: tante volte devi fare tutto tu e tante cose ti arrivano un po’ a sorpresa. Che secondo me non è così utile per riuscire poi davvero a capire la realtà. Quindi secondo me questo è un contributo sicuramente molto utile per chi vuole approcciarsi a questo mondo per capire anche un po’ i pro e i contro. E alla fine te la vuoi accollare? Perché non son cose che son sempre divertenti.

    Fulvio: No, ma infatti ad esempio una delle cose che hanno risposto alla mia domanda su “perché sto scrivendo questo libro”: se voi leggerete il libro (ripeto, “Una piccola impresa” per Apogeo) vedrete che è scritto come io sto parlando.

    Giulio: Sì, è vero, l’hai scritto così.

    Fulvio: E mescolare la maniera in cui tieni un registro alto e sofisticato con un registro diciamo più allegro è necessario, è indispensabile. Perché altrimenti sono cose di una noia accecante. Io se c’è una cosa che all’interno del libro faccio è quella di dire: “Ragazzi ricordatevi che io sono l’ultimo degli scemi”, ok? Perché tutto sommato non ho nessuna pretesa di salire in cattedra per spiegare delle cose.

    Giulio: Però posso dirti Fulvio che tu ‘sta cosa qua vabbè la fai secondo me anche poi in maniera così divertente… Però abbassa molto secondo me anche le aspettative o comunque la presunzione anche di chi legge. Perché tu alla fine comunque non è che fai delle cose banali. Cioè di nuovo, tenere aperta un’azienda non è una passeggiata di salute sempre. Però partendo da “No ma io comunque faccio del mio meglio con quello che capisco così…”, uno lo legge e dice: “Ah vabbè ma… cioè magari erano dei problemi che a me sembravano delle robe che io dovevo sapere, e invece cavoli, anche Fulvio ce le ha queste cose qua”. Che si definisce comunque uno normale. Secondo me “normalizza” un po’ tutto questo mondo.

    Fulvio: Sì, ma in realtà è anche voluto in un certo senso.

    Giulio: No, però è una buona tecnica, ecco, questo volevo dire.

    Fulvio: Sì sì sì no, ma questo assolutamente. Anche perché poi ripeto, io credo che il vero outcome di questa cosa sia quello che tu alla fine della giornata devi essere felice. E questa parola è pericolosissima ricordiamoci, perché la “felicità” forse non è neanche la parola giusta. La felicità è quella sensazione zuccherina quando la tua squadra vince la partita, che dura un secondo. La consapevolezza, l’equilibrio sono quelle le cose importanti. Il fatto che ogni giorno tu non hai uno scompenso cardiaco perché ti svegli con l’ansia. L’ansia di nuovo è eterna. Tu avrai sempre l’ansia, ma è giusto! Va bene, sei adulto, sei adulta ed è giusto che tu abbia ansia. Perché l’ansia è una parte importante della vita, è il motore che ti fa studiare.

    Io durante la pandemia mi è esploso il lavoro sotto il sedere, perché io prima tendenzialmente ero, come dire, un po’ farfallone. Poi a un certo punto cosa è successo? Anche tu mi hai passato dei libri veramente notevoli devo dire la verità, accesa o non accesa a Cesare quel che è di Cesare.

    Giulio: Beh tipo? Io non mi ricordo…

    Fulvio: Beh, tipo il caro Creative Pricing per esempio, grandissimo libro, scrittore di Win Without Pitching. Super consigliato.

    Assolutamente sì. Ma ad esempio un libro che consiglio tantissimo, me l’ha consigliato Alicia Zhao della LEGO a cui ho fatto un’intervista sul nostro blog, si chiama “Imaginable” di Jane McGonigal. È un libro che io consiglio tantissimo ed è un libro sul futuro. Jane McGonigal è passata, diciamo è diventata popolare, non tanto perché abbia predetto la pandemia (perché “immaginarsi una pandemia” è un atto relativamente scolastico da fare), lei è riuscita a capire quali erano una serie di cambiamenti che la pandemia avrebbe portato.

    Lei dice che noi quando vediamo una cosa che non era prevista, diciamo sempre questa parola: “Inimmaginabile”. In realtà le cose veramente inimmaginabili non sono tantissime. Perché una possibile guerra non è una cosa inimmaginabile. Capire ad esempio se domani scoppia la guerra che ci attacca qualcuno, come cambia il mio mercato? Ci sarà ancora un mercato? Quella è la vera sfida. Non tanto predire la causa, ma predire l’effetto.

    Lei dice: cosa succederebbe se domani ci fosse una legge, out of the blue così de botto, che dice: “Puoi avere un solo paio di scarpe e devi dormirci”? Come cambierebbe la nostra società? Dice: “Ma è una domanda stupida”. Lascia perdere che la domanda sia stupida. Questo è “inimmaginabile” di nuovo.

    Giulio: Sì, è vero.

    Fulvio: Un conto è come cambierebbe, questa cosa è come io mi adatterei a questa cosa. Perché un imprenditore lo sappiamo, deve avere un timone coi piani quinquennali tipo il Soviet Supremo, però deve essere anche in grado di capirle le cose. Una delle cose che diceva il caro Stephen King, che ci guarda da lassù (o da laggiù)… in realtà è ancora vivo ma gli vogliamo bene. Dice: “Nulla di veramente grande arriva senza essere visibile molto prima”. Ok? Ed è una frase in cui io credo molto.

    Per questo da un lato un imprenditore deve essere una persona che si prefigge degli obiettivi senza OKR, KPI… un imprenditore non è un imprenditore, ok? Un altro conto è il momento in cui tu dici: “Ok io questa è la mia religione, io farò questa cosa per sempre”. Tu sai meglio di me che sono morte più aziende di “Abbiamo fatto sempre così” che di crisi. E questo è uno scenario.

    Poi c’è chi ha l’atteggiamento “chiesa cattolica” che dice “io sono sempre questa cosa qua immutabile, andrò dritto per la mia strada” e a volte magari gli va bene. Non è una legge costante.

    Giulio: No. Ma senti un po’ invece… Allora io ultimamente ho un po’… stavo per dire “iniziato a scrivere”, ma in realtà non è vero che ho iniziato. Però diciamo mi sono messo un po’ più seriamente a scrivere ultimamente sul mio blog. Una cosa di cui mi son reso conto è che mi sorprendo alle volte anche io dei pensieri che ho dopo che li ho scritti. Cioè nel senso che scrivere comunque porta molta chiarezza, almeno a me.

    Fulvio: Assolutamente sì.

    Giulio: Mi chiedevo, ci sono delle cose che scrivendo poi tu rileggendoti ti sei un po’ sorpreso? Cioè delle cose che proprio hai realizzato mettendo giù il materiale del libro, che dici: “Ah, ok, questa cosa l’ho scoperta un po’ ragionandoci”?

    Fulvio: Io credo che assolutamente sì e ti dirò di più. Io oltre a scrivere saggistica ho questo vezzo di scrivere narrativa. Narrativa che per ora non sono riuscito a pubblicare perché pubblicare narrativa in Italia è un terno al lotto tendenzialmente.

    La cosa più bella che succede mentre scrivi narrativa è quando i tuoi personaggi dicono: “No, ma io non voglio fare questa cosa che tu stai dicendo di fare. Perché non sono io. Io che sono un personaggio che fa il cattivo, adesso invece mi metterò a piangere. Perché devo far vedere un’altra cosa di me stesso”.

    E lo stesso vale per questa cosa. C’è questa cosa molto interessante che dice che noi non abbiamo ricordi dei primi tre anni di vita, per esempio. Non perché i nostri cervelli non siano compiutamente formati, ma perché noi leghiamo molto la verbalizzazione e il ricordo. Quando io parlo di una cosa, io quella cosa diventa più vivida come ricordo, perché diventa un’esperienza elaborata.

    Giulio: Mh mh.

    Fulvio: L’altro giorno una persona a cui voglio molto bene mi ha detto: “Io non voglio parlare di una certa crisi che ho, perché sennò diventa vera”.

    E questa stessa cosa vale anche per i pensieri che scrivi tu. Tu rileggi le cose che hai scritto…

    Giulio: E tu invece hai capito questo?

    Fulvio: Assolutamente sì.

    Giulio: Riesci a raccontarci un pezzetto di storia?

    Fulvio: Ma te ne posso dire centomila. Posso dirti ad esempio di quando ho conosciuto qualche tempo fa le sorelle Cancellario, che sono nostre clienti con Heloola, che è un progetto meraviglioso di libri, una cosa fantastica che consiglio di andare a cercare. Una aveva 29 anni, l’altra 31. Quella di 29 era elencata su Forbes tra le giovani imprenditrici più in gamba del pianeta Terra, cose del genere. E sono venute da me con un programma di 3 anni, no? Per il loro sito. Io ho detto: “Minchia, di tutti quanti i vari centinaia di clienti che ho, nessuno è venuto mai con un programma di 3 anni per il sito”. E ho detto: “Anch’io voglio un programma di 3 anni!”.

    E questa cosa (perché io non sono invidioso ma sono competitivo come essere umano) mi ha fatto riflettere che ad esempio io non solo non mi ero mai posto l’obiettivo, che è demenziale se ci pensi tutto sommato, vuol dire che fai le tue cose solo per rotolare in avanti… Ma del fatto di dire: “Io per scrivere questa cosa devo comunque documentarmi su cosa voglia dire scriverla”.

    E questa cosa mi ha portato nuovi problemi positivi, che invece mi hanno permesso di raggiungere questa consapevolezza, tornando alla tua domanda, che mi diceva: io ho bisogno di essere consapevole di questa cosa e per farlo lo ho fatto perché ho letto le parole che ho scritto.

    Giulio: Beh questo super interessante.

    Fulvio: Sono certo di averlo fatto. Sono certo di essere andato oltre perché uno dei ragazzi che lavora con me si chiama Lucian ed è questo ragazzo rumeno di seconda generazione, che io vorrei averne 56 e per averne altri mille, perché è un ragazzo veramente in gamba.

    Giulio: Per poi conquistare il Meridione a quel punto…

    Fulvio: Esatto. Potrei vincere il pianeta Terra. Io sono orgoglioso di tutti i miei ragazzi, ma una cosa che adoro di Lucian è che lui ha questo motto che è “Si può sempre far meglio”. Che io ho preso come slogan aziendale, per esempio. Di nuovo, saluto tutti i ragazzi a casa, siete tutti bellissimi, vi voglio bene (al netto di…)

    Ma al netto di questo diciamo, questo mi fa sempre pensare: ok, sono certo che ho avuto l’appagamento della mia curiosità e della mia crescita o me la sto solo raccontando perché oggi ho voglia di guardarmi una serie TV? Non voglio con questo arrivare all’ansia da performance dall’altro lato. Ma una cosa molto buona che ho visto fare a te da sempre è andare a cercare le risposte in dei posti dove la gente non va a cercare le risposte.

    Noi siamo una delle poche aziende friulane che io sappia, ma non so quante ce ne siano in Italia, iscritte alla Camera di Commercio di Monaco di Baviera. Io vado a tutte le conferenze su cui riesco a mettere mano. Io tutto quanto quello che guadagno lo spendo a andare in conferenze. Perché io voglio pensare in grande.

    Quindi questa è una risposta che ho trovato facendo queste cose. E questa è una delle ragioni per cui ad esempio per me è vitale avere queste domande, altrimenti diventi pigro. Altrimenti dici di nuovo “Abbiamo sempre fatto così”.

    Giulio: Ma sì, il classico detto, no? Che se non sai da che parte vuoi andare tutte le strade vanno bene. In effetti nel momento in cui poi ti metti ad articolare una visione, i problemi che nascono secondo me nascono dal fatto che stai ragionando su “Ok ma com’è che ci arrivo lì?”. E questo è uscito, scusami, da un cliente o comunque dalla possibilità che stavi andando…

    Fulvio: In particolare loro sono state un “la” di questa cosa, per dirti.

    Giulio: E questa cosa tu la ritrovi anche nel libro? Cioè nel senso, libro scritto principalmente al passato o hai avuto anche delle parti in cui poi ti sei un po’ anche interrogato sul futuro?

    Fulvio: Addirittura ci sono delle parti che sono romanzate. Un libro molto bello che se non avete letto è “Built to Sell” di John Warrillow (o Richard Warrillow, adesso non mi ricordo) ed è questo libro che in maniera romanzata, con un raccontino, ti insegna come si fa a far crescere e a vendere la tua azienda. A farla crescere per venderla.

    Giulio: Poi qua linkiamo tutto…

    Fulvio: Ecco, in questo libro ad esempio c’è la storia di questo tizio che è una persona di mezza età come me, che vuole vendere la sua azienda e va da uno più bravo che l’ha fatto prima, no? Io ho fatto questa cosa ad esempio all’interno del mio simpatico libro dove ho preso due persone immaginarie, Sandro e neanche mi ricordo… E queste due persone sostanzialmente iniziano un’azienda, prendono una prima persona, prendono una seconda, capiscono come si fanno i gruppi di lavoro e questa cosa te la esemplifico. Con un raccontino, ci sta.

    E nello stesso momento gli racconto di quando loro fanno un lavoro con un cliente americano e questo cliente americano è più grande di quello che loro possono prendere. Questo perché? Perché tutto sommato, exempli gratia, questa cosa ha più senso che non soltanto raccontartela cattedraticamente.

    Io ci tengo a essere discorsivo in quello che faccio, mi spiego? E questa cosa l’ho fatta neanche con un passato o con un futuro, ma con una terza persona proprio.

    Il futuro è una parte preponderante di quello che facciamo.

    Giulio: Come dire “da quelli bravi”, dai oggi del festival che comunque è un po’ della psicologia, è un po’ una filosofia della Gestalt m’hanno insegnato a dire.

    Fulvio: Mamma mia. Sono molto contento di essere in questa trasmissione, ti ringrazio. Sono onorato.

    Giulio: Di proiettare su un te stesso in terza persona.

    Fulvio: Ma è importante. Tu sapevi che esiste questa cosa…

    Giulio: Andrea Garofalo, che oggi è qua all’audio, che peraltro studia psicologia, ci fa di sì con la testa, quindi potrei non aver detto delle cazzate.

    Fulvio: Tu sapevi che ad esempio noi come specie non riusciamo a pensare a noi come… non in terza persona quando pensiamo a noi più vecchi? Se tu pensi a te stesso più vecchio, tu non ti vedrai mai in point of view, ma ti vedrai dall’esterno come un vecchiettino che fa delle cose. È un fatto di specie, questa. Noi esseri umani ad esempio abbiamo questo, diciamo… questo modo di vedere le cose. Ce ne sono altri molto interessanti.

    Uno che ad esempio mi permetto di lasciare qua è il cosiddetto Numero di Dunbar. Tu sai che cos’è il numero di Dunbar?

    Giulio: No.

    Fulvio: Il numero di Dunbar dice che noi possiamo tenere vive (e vive intendo di scambi attivi) fino a una media di 120 connessioni permanenti con delle persone. Quindi ad esempio io e te ci vediamo e ci sentiamo una volta al mese, per esempio, ok? Ma tu sei appena fuori dal mio numero di Dunbar. Perché il numero di Dunbar è la mia amica Marzia con cui vado a fare jogging ogni giorno, per esempio, ok? Perché questa cosa? Perché è la grandezza del numero delle persone che facevano parte di una tribù del neolitico.

    Giulio: Ah, ok.

    Fulvio: Il nostro cervello è programmato che tu hai un certo numero di persone che ti sono attorno. Le altre non è che sono morte o scomparse, però queste persone ti scompaiono dalla vista.

    Giulio: Sì sì.

    Fulvio: E questo paradossalmente succede anche coi clienti. Perché tutto sommato tu continui a sentire i clienti che… ma poi ad esempio ti perdi delle opportunity di lavoro clamorose perché quello lì: “Ah cacchio ma non mi hai mai sentito, non ci siamo mai detti questa cosa”.

    Giulio: Eh beh questo è un classico.

    Fulvio: Il numero di Dunbar ad esempio tu mi insegni nelle imprese molto più stretto. Uno perché tendenzialmente le aziende di servizi o di prodotti, come saremo noi dall’anno prossimo, diventano sostanzialmente delle aziende che hanno un numero limitato di clienti per mantenere un certo tipo di qualità. Due, perché tutto sommato il tuo cervello è lo stesso.

    Giulio: Ok. E quindi mi dicevi: osservo questa parte di visione a 3 anni, osservo quello che sto facendo, mi rendo conto che ho una direzione (perché poi è chiaro che le cose comunque vanno verso una direzione che un po’, diciamo, il cuore sente, volendo dire un po’ così… vogliamoci bene tutti bene). Cos’è cambiato? Aspetta anzi scusa una domanda: quanto tempo fa è successa questa cosa di questi 3 anni che mi raccontavi di visione?

    Fulvio: Ah no, sotto pandemia.

    Giulio: Quindi nel 2020?

    Fulvio: Forse qualcosa del genere, forse 21-22, una cosa del genere.

    Giulio: Com’è cambiata la tua percezione del futuro dopo che hai fatto questo esercizio di…

    Fulvio: La mia percezione del futuro cambia ogni giorno.

    Giulio: No, mettendo… proprio come… a livello emotivo, come te la senti rispetto al futuro? Perché mi hai parlato molto di ansia all’inizio dell’intervista.

    Fulvio: Ma l’ansia, cioè come posso dirti, è un male necessario. Non è assolutamente una cosa… Cioè io penso che convivere con l’ansia sia una delle cose a cui dobbiamo abituarci. Perché l’ansia non se ne andrà via mai. Di nuovo diventa il rumore che dà fastidio del rap. Però tutto sommato va bene, cioè è normale, è adulto, è giusto che ce l’abbia.

    Giulio: Però la curiosità era: rispetto al “prima” di scrivere “Ok voglio arrivare a questo punto” e il “dopo” in cui hai un po’ articolato questi pensieri (poi non so se c’è un documento, come l’hai fatto), come cambia secondo te il rapporto che hai col futuro?

    Fulvio: Un proverbio Yiddish molto bello dice: “L’uomo fa progetti e Dio sorride”. Io e te facciamo parte di un’industria tecnologica che è tra le più incredibili di tutta la storia dell’umanità perché è una storia dove… è un tipo di tecnologia dove l’impermanenza è la regola. Quello che noi facciamo cresce con una velocità e un’esponenzialità che rare industrie hanno. Io mi autodefinisco un “CEO a là canto”, perché ho 54 anni e nel mondo del digitale 54 anni o sei uno che è veramente pieno di soldi oppure… mh, ok? C’è questo bias, ad esempio, no? Che se tu hai 54 anni devi essere il capo di Amazon. Sorpresa: non è vero.

    Questa cosa non può che evolvere col tempo. Io in questo momento, se mi fai una domanda di questo tipo, la mia risposta più onesta è: non te lo so ancora dire.

    Perché questa evoluzione è talmente repentina e talmente rapida che quello che dicevo al Fulvio di ieri, domani potrebbe non essere più vero. Ma io credo che questa sia una grande conquista. Perché per noi come imprenditori ancorarci a delle idee fisse… Il programma è una cosa. Il programma non può non avere dei tempi. Io non posso dire adesso “questa tecnologia che uso la cambio ogni giorno”, sennò sarei un pirla, ok? Perché tutto sommato la tecnologia devi dargli un respiro.

    La visione dietro alla tecnologia si modula. Esempio: io lavoro con WordPress da 15 anni. La mia azienda su WordPress fa delle cose molto belle. La domanda è ad esempio: tra 15 anni io lavorerò ancora con WordPress?

    Giulio: È una buona domanda.

    Fulvio: È una buona domanda e la risposta è…

    Giulio: WordPress è una di quelle cose che tutti danno morti ogni anno…

    Fulvio: Ma figurati, il PHP lo danno morto e sepolto da secoli e il PHP mangerà sulla tomba di tutti, capito? Però la questione di fondo è: io tra 15 anni farò ancora WordPress e Shopify come facciamo adesso? Da un lato la risposta è “chi se ne importa”. Perché tutto sommato io lo vedrò arrivare, di nuovo come diceva Stephen King, lo vedrò arrivare e mi adatterò. Dall’altro lato, 15 anni nella mia vita professionale (che è io quello che vedo come mio limite massimo ancora di lavoro) sono tanto e sono niente. Perché 15 anni fa io lavoravo in WordPress e guarda un po’ ci facevo bei soldi. Adesso faccio molti più soldi con lo stesso strumento morto e sepolto.

    Tu hai detto una cosa molto intelligente tempo addietro, perché hai detto una cosa del tipo: “Eh ma quello si compra un template da 50 euro per fare il sito”. Tu hai detto: “Sì zio, ma dipende da quello che ci hai scritto sopra”. E questa è assolutamente una verità.

    La tecnologia che noi utilizziamo è utile nel momento in cui è strumento di una direzione, di un purpose. In questo momento il fatto che io usi WordPress tra 15 anni potrebbe non essere neanche rilevante rispetto a quello che è lo scenario generale.

    A me viene da pensare che per come stanno andando le cose nel mondo potrebbe anche essere. Ma la vera risposta è: la vera expertise è il possesso del dato che c’è dietro WordPress. È il possesso della… pensa quanto è importante per un’azienda manifatturiera, per esempio, il fatto che tu gestisca tutta la loro informazione. Wow. È una cosa che vale come un camion, due camion, tre camion della loro impresa. Non è una cosa che vengono da te “sei il ragazzino del sito come vent’anni fa”.

    Tu sei una persona che progetta architetture. Progetta user experiences, progetta tutte queste cose. E questa cosa è super mega importante.

    Io non so dirti se tra 15 anni userò WordPress. La mia risposta più onesta è “chi se ne importa”. Ma dall’altro lato non è neanche una risposta banale, mi spiego?

    Giulio: No, no, no, certo, certo. Ma infatti ero curioso appunto su un orizzonte un po’ più breve. Perché su orizzonti così lunghi credo che fare previsioni sia spesso più un esercizio di pensiero che poi una reale possibilità di pianificazione strategica per l’azienda.

    Fulvio: Soprattutto nel nostro mestiere.

    Giulio: È un po’ come la cosa della scarpa che dicevi prima: fai un paio di scarpe sole, dici “come cambia il mondo?”. Ho capito.

    Quindi diciamo che cerchi di restare comunque molto agile rispetto a quello che può essere il futuro, non bloccarti troppo in una visione, questo per riuscire anche a muoverti nel momento in cui vedi delle cose che cambiano.

    Fulvio: Io cerco con tutto me stesso di restare scomodo. Con tutto me stesso cerco di non adagiarmi sul fatto che “Ok questa cosa funzionicchia, la portiamo avanti”. L’informatica per certi versi si è trasformata per tantissime ragioni nel regno del fake it till you make it. Perché tutto sommato è possibile ottenere degli outcome anche rilevanti per un’azienda (un’azienda qualunque intendo, di quelle che tu servi) anche magari non essendo il più grande esperto dell’universo. Questa è una cosa molto impopolare quello che sto dicendo, però è vera tutto sommato.

    Io quello che voglio fare è cercare di essere scomodo. Cercare di dire: “Ok, questa cosa sta funzionando. Ho visto che è uscita quella nuova libreria. A me non interessa la nuova libreria, la technicality a me non interessa minimamente. Interessa capire se questa cosa porta una differenza alle persone”.

    Una delle ragioni per cui noi siamo apprezzati è perché io sono quel tipo di azienda che ti telefona e ti dice: “Zio, è uscita quella figata”. E questo non è una cosa comune. Perché normalmente le aziende dicono: “Ok ho finito, ho fatto la fattura, arrivederci ci vediamo a Natale”.

    Io… la cosa che mi piace è che io ho ancora fame a 54 anni. Cioè non sono una persona che si adagia sul fatto che dice “vabbè ho fatto questo e quell’altro mondo”, io adesso faccio quello che un po’ se la tira poco, però è anche vero che mi sono tolto tante soddisfazioni nella vita. Potrei anche dire “sai che c’è, ho fatto il mio, arrivo fino a 70 anni, vendo, faccio pensione, arrivederci”. No, io ho ancora fame. Sono ancora curioso, vado in giro con la stessa testa tua alle conferenze e parlo con gente che ha 10 anni, 20 anni, 30 anni meno di me perché sono veramente sinceramente interessato a quello che loro dicono.

    Giulio: E invece rispetto al panorama delle aziende, dato che insomma è una cosa su cui tu lavori da tanti anni, che appunto lavorano sui siti (che alla fine è un tipo di prodotto che c’è da tanto) e anche sulla parte di e-commerce… Com’è che vedi un po’ lo scenario oggi?

    Fulvio: È molto difficile come domanda. È molto difficile non perché sia difficile la domanda ma perché c’è… è una risposta molto difficile.

    Partiamo da un assunto. In questo momento ci sono tre grandi scenari.

    Lo scenario “Agenzia Full Service” che ti fa tutto quanto (compreso digitale, ti fa tutti i video, ti fa le foto e tutto quanto) e che spesso fa dei risultati Internet non sempre esaltanti.

    L’”Agenzia Intermedia” come la mia, che fa la rotellina all’interno di un meccanismo più grande.

    E “a mio cugino”, che è il tizio che ti fa per 2000 euro il sito con il template di WordPress. Che per carità può essere utile anche quello, ma questo è uno scenario.

    Credo che ci sia stato durante la pandemia una grande accelerazione sulla consapevolezza del fatto che “Ehi, questa cosa chiamata Internet potrebbe essere utile!”, ok? Da lì a pensare che questo sia diventato un vero strumento per le aziende italiane, questo è un altro campionato.

    Giulio: Ok. Cosa serve? Perché tu la vedi molto più di me questa cosa, alla fine noi lavoriamo tanto su prodotti per cui il mondo dei siti io lo vedo sempre un po’ da distante ecco.

    Fulvio: Il mondo dei siti è diventato la versione 2.0 di una tipografia, tutto sommato. Perché tutto sommato è un lavoro che… mi dicono nuove tecnologie, sono robe che hanno 30 anni ragazzi! L’iPhone è del 2007, fra 30 anni, no fra 20 anni l’anno prossimo cos’è? Quindi è inutile che mi dici le nuove tecnologie, non lo sono.

    Io in questo momento quello che faccio è una bella copisteria che ti fa gli stampati e li faccio su monitor invece che su carta. Va bene, è giusto. Ti porto un risultato, ti porto dei soldi. Uno dei clienti per cui ho fatto un e-commerce ha avuto 4 volte il tipo degli acquisti che aveva prima perché gli abbiamo fatto tutta una serie di sistemi di onboarding più sofisticati.

    Ma l’esperienza è modificata, si è modificato il pubblico. Ci sono molte persone più mature che usano i siti rispetto a quando eravamo ragazzini noi (perché tu eri ragazzino l’altro giorno quindi lasciamo stare… però diciamo).

    Giulio: Perché chi ci ascolta io ho 74 anni comunque, più di te di fresco.

    Fulvio: Risultato comunque, la questione è: l’utenza di un sito Internet è cambiata. Io sono andato a fare questo corso con Vitaly Friedman che è uno dei più grandi esperti mondiali di usabilità. Ho fatto questo workshop ad esempio dove io e la squadra con cui ero (che eravamo in tre) ha vinto, perché ci eravamo immaginati questo configuratore di auto che aveva i preset. Cosa vuol dire i preset? Il preset fatto come Snoop Dogg. Perché tu prendi quest’auto perché è aspirazionale, invece di farti cambiare tutti i colorini a cacchio, io ti do già come fa il tuo eroe e poi vari su quello, perché tanto a te interessa quello. Interessa l’aspirazione.

    La maniera in cui si vive l’informatica è un conto. Il sito Internet potrebbe essere una cosa perfettamente inutile tra due anni, potrebbe essere il centro della tua vita.

    I social stanno avendo un processo trasformativo devastante. I social sono sempre meno social e sempre più broadcast. Perché Instagram è più broadcast che social ormai. TikTok per l’amor del Signore. Addirittura ci sono… c’è uno studio bellissimo di un tizio che ha fatto questo studio che diceva che la gente sente tante canzoni famosissime ma non saprà mai chi è l’autore. Pensa questo da un punto di vista generale quanto è svalorizzante dei contenuti.

    Capire se il sito diventerà lo “Unique Point of Truth” di un’azienda o diventerà invece la parte per così dire accessoria soltanto a un funnel di vendita, è uno scenario. Adesso ad esempio le intelligenze artificiali ti fanno le ricerche e ti danno direttamente il “compra” sull’intelligenza… all’interno dell’intelligenza artificiale. Quindi da questo punto di vista un e-commerce potrebbe non avere neanche più nessun tipo di bisogno di user experience perché tanto se la gente lo compra dall’interno dell’intelligenza artificiale, di fatto a questo punto basta solo avere un grande database.

    Giulio: Sì, sì, dei JSON esposti con delle API…

    Fulvio: E questo è assolutamente uno scenario. Fatto questo però, questo porta di nuovo alla considerazione sul dove andremo. È un po’ presto per dirlo. È assolutamente un po’ presto per dirlo. A intuito ti direi che una serie di persone cambieranno, una serie si sposteranno e altre no. La radio quando è arrivata la televisione c’è rimasta. La televisione quando è arrivata Internet è rimasta. Ognuno ha la sua nicchia di mercato.

    Giulio: Sì, sì, sì, sì. Ma e proprio riguardo a questo, dato che abbiamo parlato tanto durante questa intervista di futuro, di impermanenza, se vuoi anche di dubbi, progetti… Cos’è che invece secondo te tra 10 anni resterà uguale? Cioè le cose che poi alla fine sono permanenti pur avendo magari anche strumenti che cambiano e scenari che cambiano.

    Fulvio: Com’è una ottima domanda, ti ringrazio. E la risposta migliore che riesco a darti è: resteranno uguali i desideri degli esseri umani.

    La natura umana è mutevole, ma certi principi archetipici, certi principi naturali sono dentro di noi e sono fatti per restare come specie. Quindi certe cose: il bisogno di validazione, il bisogno di conforto, il bisogno di benessere, il bisogno di auto-affermazione. Sono tutte cose che resteranno.

    Cambieranno alcune forme, cambieranno alcune maniere di porsi. Ma tendenzialmente queste sono cose proprio di specie. Di nuovo, mi piace parlare di specie perché ti rendi un’idea veramente al largo raggio di quello che siamo. Noi viviamo quando siamo fortunati 80 anni. Facciamo azienda quando siamo sfortunati per 50, perché quando siamo fortunati la facciamo per 5 e poi viviamo alle Baleari in una nostra piscina.

    Giulio: Questo piccola nota per chi ci ascolta: non succede quasi mai. Questo proprio dalle interviste che ho fatto non ho nessuno che è riuscito a fare questa cosa.

    Fulvio: E li guardiamo da lassù col loro sorriso buono.

    Giulio: Ma salutiamo tutti gli amici dalle Baleari.

    Fulvio: Però al netto di questo di nuovo: è una cosa sulla quale per noi è bello anche immaginarlo, questo da un punto di vista culturale. Il lavoro è cultura. Ed è la cultura che ha il lavoro in sé e la cultura che produce.

    Giulio: Va bene. Allora grazie Fulvio per il tuo tempo.

    Fulvio: Grazie a te.

    Giulio: E se avete una partita IVA che sta un po’ quasi per scavallare quell’ambito della partita IVA in cui sta per dire “magari mi apro un’SRL”, per le SRL appena nate, per le SRL che ci sono ancora da un po’ e sono ancora giovanotte, un buon libro per confrontarsi con l’esperienza di qualcun altro che ha un percorso simile.

    Fulvio: Un imprenditore che io stimo molto mi ha detto: “È stato un piacevole ripasso leggere queste cose”. Perché ci sono delle cose che tendenzialmente tendi un po’ a scordarti con l’andare del tempo. Io se posso consigliarvi, anche da diciamo se siete partita IVA, anche questo è un buon libro. Anche perché prima o poi i vostri sogni diventeranno più grandi e la partita IVA può essere un ottimo punto di partenza ma potrebbe non essere il migliore punto di arrivo. Quindi il mio consiglio è: cuore oltre l’ostacolo, dategli una letta.

    Giulio: Va bene. Grazie Fulvio.

    Fulvio: Grazie a te.

    Ecco il riassunto dell’intervista e la lista dei libri citati con i relativi riferimenti.

    Riassunto dell’intervista

    In questo episodio registrato al Diffusion Festival di Rovereto, Giulio intervista Fulvio Romanin, imprenditore (fondatore dell’agenzia Ensoul) e autore. La conversazione ruota attorno all’uscita del suo nuovo libro, “Una piccola impresa” (Apogeo), definito dall’autore come un sequel più maturo del suo precedente successo “L’IVA funesta”.

    A differenza dei classici manuali che promettono facili guadagni, il libro esplora il lato emotivo e psicologico del fare impresa: la convivenza necessaria con l’ansia, la sindrome dell’impostore (che peggiora passando da Partita IVA a SRL) e la gestione dei rapporti umani. Romanin sottolinea come il successo non sia misurabile solo economicamente, ma attraverso il benessere personale e l’equilibrio. Vengono toccati temi come il “Numero di Dunbar” applicato al business (il limite cognitivo delle relazioni che possiamo gestire efficacemente) e il futuro delle web agency: sebbene le tecnologie (come WordPress o i siti web stessi) possano diventare obsolete, il valore reale rimarrà nella gestione del dato e nella cultura del lavoro. Il consiglio finale di Romanin è di “rimanere scomodi” e curiosi, continuando a formarsi e a guardare oltre il proprio orticello.


    Libri citati nell’intervista

    1. Una piccola impresa di Fulvio Romanin
    2. L’IVA funesta di Fulvio Romanin
    3. Built to Sell (in italiano: Costruire un’azienda da vendere) di John Warrillow
    4. Imaginable di Jane McGonigal
    5. Pricing Creativity di Blair Enns
  • Qualcosa è restato

    Qualcosa è restato



    Emanuele Rosso era il ragazzo al banchetto degli Amari.
    Non lo conoscevo molto. Gli Amari e noi non ci guardavamo con grande simpatia, all’epoca. Erano bravi, erano un bel gruppo di creativi – non solo loro, ma anche le persone attorno a loro – e avevano fatto più successo a livello nazionale, mentre noi eravamo degli onesti local heroes con qualche passaggio nazionale1. Se la tiravano abbastanza, va detto: venivamo dall’hip hop entrambi, quindi che ci stessimo sul cazzo era più o meno indispensabile, necessario per il genere. Eravamo tribù diverse. Loro Riotmaker, noi ReddArmy.

    Emanuele non ci guardava con lo stesso tiro degli altri: era una persona gentile, forse introversa visto che ho sentito il tono della sua voce per la prima volta anni dopo. Però, come moltissimi di Riotmaker, che come fucina creativa non si faceva mancare nulla, era bravo. Tanto bravo che lo chiamai a fare un set di foto dei Madrac appena prendemmo il cantante nuovo al posto mio che ero un rotolo de coppa. Le foto erano buone, noi sembravamo frizzanti come lavastoviglie abbandonate in un angolo: per capire dove andare ci sarebbe voluto ancora tempo, e lo abbiamo trovato, ma le sue foto erano belle. E poi disegnava fumetti, ancora acerbi all’epoca, ma belli. Era uno tranquillo, concreto.

    Fast forward veloce negli anni: la pandemia sta finendo, ed Emanuele scrive su Facebook che sta facendo una serie a fumetti via newsletter. Mi iscrivo, e in qualcosa mi riconosco, dei suoi fumetti. È quell’immortale maledizione cosmica che ci ha tirato Don Henley con “The boys of summer“: magari sarai anche un imprenditore di successo ma resterai un tizio in un ufficio che si guarderà indietro pensando alla sua gioventù perduta. Che poi gioventù un cazzo, ero già trentacinquenne. Ma ok.


    Emanuele inizia la sua storia a fumetti dolceamara (no pun intended) e – confesso – un po’ mi ci specchio, un po’ mi fa tenerezza, e seguo la newsletter con interesse e piacere. Sono nato senza la ghiandola della nostalgia, lo sapete già, ma è una cosa fatta bene e per me tanto basta.

    Mesi dopo è lui a contattarmi via mail, e mi dice una cosa tipo: “sto chiedendo a chi c’era in quegli anni di scrivermi qualche riga per il libro, mi mandi qualcosa?”. Per me tutto sommato è come essere invitato alla festa-alla-quale-tanto-non-ti-invitano, e sono in compagnia di musicisti e giornalisti di rango, e molti li chiamo ancora oggi amici – Max Collini, Giulia Blasi, Enrico Veronese, Damir Ivic, Dariella, Aurelio Pasini ed altri ancora. Che bello.
    Questo è quello che ho scritto per lui nel libro. Il libro lo potete ordinare qui. È un bel tomo gradevole e strapieno di contenuti.


    QUALCOSA È RESTATO

    “Musica ti odio, ti amo, mi scopi e mi spezzi il cuore
    mi ammaestri ad amare tutto quello che fa male
    tra le braccia degli altri non so guardarti ballare
    mia, solo mia, sono geloso da morire
    non sapevo parlare, mi hai messo in bocca le parole
    non sapevo ballare, ora le gambe van da sole
    non sapevo baciare, senti, sotto la lingua ho miele
    avevo sete di successo e mi hai affamato ancora di più”  (Madrac, “Onde Radio”, 2012)

    Maledetta musica. Per un lunghissimo arco della mia seconda e terza muta da serpente sei stata la stella polare, il baricentro di ogni battito del cuore, la ragione della mia vita e la donna della mia vita che non mi voleva. Ho messo in fila le note, le ho studiate, le ho accarezzate come il più amorevole dei Salieri di provincia per due decadi mentre la mia pelle ed i miei capelli cambiavano consistenza e colore, con furiosa, cieca, primitiva devozione. Mi hai regalato almeno il doppio dei battiti del cuore che mi hai rubato, mentre sognavo di vivere con te e di te, ignorando che il mondo mi dava segnali che la mia strada era altrove. A me resta l’orgoglio della mia autarchia, dell’avere scelto sempre le strade più irte, del fare drum’n’bass e funk in friulano della Carnia e dell’avere cercato di produrre musica perchè mi appassionava, non perché fossi un imprenditore delle sette note.
    Perché diciamolo, quando ho aperto ReddArmy, che voleva essere un’etichetta discografica, ne avevo la burocrazia, l’organizzazione ma non la mentalità economica. E se la musica deve essere un lavoro, non può esserlo a giorni alterni e io, sincero, pensavo solo ai fiorellini e ai pettirossi.

    E ho prodotto artisti che erano pietre d’angolo scartate da altri, e, con friulana abnegazione, sono riuscito a dare loro il massimo di quello che potevo. Se i miei Madrac restano un esperimento linguistico ragguardevole di nessun pubblico, i Carnicats – e Doro Gjat a seguire – sono stati local heroes per quasi un decennio, e si sono fatti il loro viaggio prima in TV fino a Doro sul palco del concertone del primo maggio; e local heroes come loro anche i bellunesi Maci’s Mobile, inossidabili sognatori.

    E gli aneddoti che ci rendono vivi sono milioni: da quando con i Dlh Posse al ritorno da uno show su Rai Due restammo senza benzina perché senza una lira in tasca, con la polizia che ci ferma e impietosita ci regala la benzina, ai concerti al Circolo Sardegna della festa dell’Unità (“no, non siete sul palco dell’Estragon, siete lì” indicando un cubicolo tipo pollaio dei Blues Brothers), ad una Barcolana dove abbiamo portato ventidue persone, ballerini compresi, sul palco, al concerto in Lapponia dei Carnicats, terzi ad un concorso internazionale, alle mille facce conosciute e sconosciute sopra e sotto il palco, dentro e fuori dalle televisioni e dalle radio locali, vincendo concorsi e perdendo tempo e denaro e serate spostando grossi e pesanti cubi neri da cantine fumose a palchi di provincia e non, oggi con un disco, domani con una recensione sui giornali nazionali, un make it but don’t fake it provinciale e caparbio.

    La storia la scrive chi vince, la discografia la scrive chi resta e forse qualcosa è restato e resterà di tutte queste folli energie che hanno attraversato una terra lontana da tutto e generosa di nulla come il Friuli Venezia Giulia, in quella parabola lunga un decennio – diciamo dal 2000 al 2010 – dove nella sola cinta muraria della città c’erano cinque locali per suonare dal vivo, prima che il Grande Freddo spegnesse tutte le luci dei locali e scacciasse raminghi i grandi festival che portavano i più grandi nomi del mondo in questo tavoliere di silenzio.

    Ecco, qualcosa resterà, è restato, continua, e a noi, che guardiamo quegli anni non con nostalgia ma con consapevolezza ed orgoglio, resterà la certezza che, almeno dalla porta di servizio, la Storia l’abbiamo vista, e forse anche scritta.

    1. cantando in larga parte in Friulano, già essere arrivati a questo risultato è stata una mezza specie di trionfo ↩︎
  • Perché ho lasciato i social network

    Perché ho lasciato i social network

    In breve: quelli che chiamiamo social network non sono più social, ma solo forme di intrattenimento spesso becero, pilotate da algoritmi, che danno dipendenza fisica, e che inducono potenziali squilibri chimici che fanno male al nostro cervello, inteso proprio come organo interno. Sì, scusate, è un po’ forte, ma questo è.


    Se sapete chi sono, sapete che non sono un luddista1. Se non sapete chi sono, ve lo dico io: non sono un luddista. Non odio la tecnologia, anzi: ci vivo e ci pago le bollette. Nè voglio sputare in quel piatto – i social, certo – dove per un quindicennio ho vissuto piuttosto bene, e dove ho conosciuto molte delle persone con cui ho avuto relazioni a vario titolo. Ma c’è un tempo per ogni cosa, e quel tempo è terminato.

    La medicina di un’epoca è il veleno di un’altra.
    Nel 1898 la Bayer mise in vendita l’eroina come soppressore per la tosse. Fu vista subito come un farmaco estremamente efficace. Funzionava molto bene. Troppo: tanto che sciami di casalinghe a rota di eroina sperimentavano crisi gravissime di astinenza.
    Nel 2020 l’epidemia di COVID-19 ha costretto (quasi) un intero pianeta per (quasi) due anni a degli arresti domiciliari de facto. Senza i social network la vita sarebbe stata molto più complicata. È dato pensarlo, non senza qualche riserva.

    Se non è necessariamente una delle persone più intelligenti che conosco, l’amico S. ci si avvicina molto, nonostante il suo tono di understatement. Lo vedo creare e popolare tabelle excel sul mondo del lavoro come se guardasse dentro la matrice, con facilità irrisoria. E provo un brivido lungo la schiena quando al bar mi racconta che “certe sere le passo a guardare Tiktok per tre ore, e il giorno dopo non riesco nemmeno a leggere i testi e a capire cosa leggo”.

    Probabilmente mi direte che sono esagerato, ma credo che sia il momento di trattare i social come quello che sono diventati: uno strumento che favorisce l’insorgere di malattie mentali.
    Prima che vi mettiate a ridere vi vorrei far riflettere su questa cosa: una malattia mentale non è necessariamente frutto di una qualche forma di sofferenza astratta dello spirito. Anche se noi siamo abituati a considerarlo come parte di una categoria a sé stante, il cervello è un organo interno come il fegato, la cistifellea o l’appendice. Certo, prestigioso: è la Rolls Royce2 degli organi interni, l’aristocratico contenitore della nostra anima o supposto tale. Ma, pure sofisticato com’è, apice della creazione e punto più alto dell’evoluzione, è un’organo interno, e come tale si ammala.
    Molti fenomeni psicotici, molte malattie che noi chiamiamo impropriamente “della mente” sono in realtà problemi di chemical imbalancement che si riflettono in malfunzionamenti del cervello, con i conseguenti deliri che sappiamo. Non sono un medico, quindi manterrò ad un ragionevole livello quello che potrebbe diventare un discorso più grande di me, ma credo sia lecito dire che certe forme di depressione vengono trattate con il Litio non perché il Litio ci avvicini a qualche sostanza eterea e ci riconcilino con i nostri chakra. No: fa bene all’organo interno chiamato cervello.

    Dieci anni fa i social network non erano come ora: sì, la dipendenza da dopamina causata dalle spunte rosse era nota. Le notifiche ci davano quella piacevole scossetta che ci intratteneva.
    Ora i social network, però, non sono più quelli di mi fist di dieci anni fa. Ora i social network – per modo di dire, peraltro, come vedremo – sono Tiktok, Instagram Stories, Facebook stories in primis e a seguire Facebook, e quella roba che non chiamerò mai X ma Twitter, che ho abbandonato in seguito al suo cambio di linea editoriale, che definirò, con uno slancio di politically correctness, molto sbarazzina.
    Non sono social network in senso stretto: la fruizione di Tiktok non prevede amici. La visione delle stories su questo e su Instagram non ci viene più comminata in senso stretto facendoci vedere quello che fanno i nostri amici – che era un po’ la ragione per cui eravamo lì – e – sorpresa sorpresa – non più nemmeno in base alla gente che seguiamo, ma in base all’algoritmo che decide per noi cosa ci piace.

    In un contesto dove il margine di attenzione di un essere umano davanti ad un social del genere è di meno di due secondi, il nostro cervello riceve una media di almeno quaranta “dopamine hits” al minuto. Tre ore di visione, come diceva S. tra il serio ed il faceto, sono SETTEMILADUECENTO stimolazioni al nostro cervello.
    Settemiladuecento volte il nostro organismo propina al nostro cervello una sostanza che ne altera l’equilibrio psicofisico.
    “Fulvio, mi fai ridere! Ma chi è che guarda tre ore di social al giorno!?”.
    Ora prendete il vostro cellulare, e, se ne avete il coraggio, andate su “benessere digitale” e guardate le vostre statistiche. Vi accorgerete che il tempo trascorso sullo smartphone è molto più alto di quello che pensate. Ci sono molti libri che raccontano un dato, squisitamente neurologico, che ci fa dubitare di principi fondamentali etici quale il libero arbitrio. Nella versione cortissima, il nostro sistema nervoso è molto più ramificato e con più centri decisionali di quello che noi immaginiamo, ed è fatto, in caso di stimoli riconosciuti come positivi, per bypassare un intervento dretto del cervello per fare cose che sono già state “codificate” come buone. Si vede proprio a livello di elettroencefalogramma: la mano parte prima che il cervello emetta un impulso. Se vedo del finger food, la mia mano parte per portare il cibo alla bocca anche se sono a dieta, anche se sopra c’è veleno per topi. Immaginatevi questo che problema sia ad esempio per un alcolista: il nostro cervello deve fare uno sforzo per dire “no” a qualcosa che razionalmente sa essere negativo per lui, ma che sta già per ricevere come positivo da questo meccanismo di feedback. Questo sforzo peraltro varia a seconda dei momenti di tensione: il confort food è causa di sovrappeso per tanti di noi nei momenti di stress.
    Ora, fatevi venire un brividino mentre pensate a quante volte, nei tanti momenti morti di una giornata, avete portato la mano al telefono, sovrappensiero, e l’avete aperto per una dose di dopamina.

    Con l’amico M. mi faccio lunghe chiacchierate serali. Un giorno mi racconta di questa amena storiella che vi riferisco, spiegandola con questo grafico, che graziosamente mi gira:

    Ci sono tre tipi di intrattenimento: “Kill time”, quello dove sei alla fermata dell’autobus e passi quel tempo che definiresti noioso ad intrattenerti con cose a bassissimo tasso di engagement: non richiedono attenzione se non episodica, addirittura irrilevante, possono essere interrotti in ogni momento e forniscono una dose di dopamina molto elevata. “Spend time”: la mia ex-suocera stirava con la TV accesa, guardando delle serie TV, e mi stupivo quando a metà puntata mi cominciava a parlare di cose. Ma come, dicevo io, ma non segui? Sì sì, bon bon, ma seguo un po’. Ascoltiamo podcast e video long form di Youtube e Spotify in maniera distratta, a pezzi e bocconi, come sottofondo. La mia amica M, donna intelligente e al di sopra di ogni sospetto usò, in tempi non sospetti, l’espressione “guardare un acquario” relativa al suo guardare Non è la rai. Lo lasci lì, e lui fa cose.
    “Make time” invece sono le attività come andare al cinema, dove spegni il telefono (con la mano che già ti prude) e “trovi il tempo” per seguire una cosa sola.
    È evidente e preclaro che si tratta di tre cose diverse. Come è evidente e preclaro che le attività make time sono quelle più costose in termini di attenzione. Qualunque pedagogo – ma anche qualunque genitore di medio buonsenso – sa che lasciare i propri figli di fronte al cellulare significa condannarli a una potenziale ADHD. Ma usare il cellulare come babysitter è pratica abbastanza usuale oggigiorno. Come una volta era dare eroina ai propri figli come sciroppo per la tosse. Brividino di nuovo, sì?

    L’amica A mi consiglia di leggermi “Yoga” di Emanuel Carrére. Lì conosco per la prima volta il termine Vritti, un termine buddista che si riferisce a quei vortici di pensiero che ci impediscono di concentrarci sulla meditazione, come fastidiosi moscerini che si aggirino per la nostra mente. Fare doomscrolling sui social è come invitare nella nostra mente decine di vritti, abbassare il nostro focus e la nostra concentrazione. E – qui arriva la parte peggiore – per niente.

    • il contenuto al quale oramai veniamo esposti è di bassissima qualità. Viene chiamato “Brain rot”, parola dell’anno 2024, cioè quelle cose che, per dirla facile, ti fanno rincoglionire: brevissimi sketch idioti, balletti, nonsense. Intrattenimento simile a quello che si dà mettendo Mozart alle mucche mentre sono alla mungitrice. Armi di distrazione di massa.
    • A questo si aggiunge ora lo SLOP, cioè tutto quell’insieme di contenuti generati dall’AI anche questi di bassissima qualità, che servono solo a tenervi incollati allo schermo.
    • In un contesto dove il contenuto da voi visto viene regolato da un algoritmo che decide non in base alle vostre preferenze ma alle vostre reazioni ai suoi contenuti, non siete più padroni o quasi delle cose che vedete. Extra mile da parte di Zuckerberg che vuole costringere gli advertisers a non usare più proprie creatività ma contenuti generati in AI da Meta stessa. E ho già visto questa cosa fallire tanti anni fa, dove un’idea buona si arenò quando si cominciò a fare forza su chi forniva i contenuti per usare i propri pagando un extra.
    • Le reazioni più di successo sono basate sui trigger emotivi che ci tengono più tempo attaccati allo schermo, e come tali più polarizzanti. Ho aperto il mio account Bluesky all’uscita da Twitter e non ci vado mai, “perché lì non succede nulla”. Le reazioni polarizzanti sono stati lo schiacciasassi dei populismi per prendere il potere. Reuters ha pubblicato nel suo news report evidenza che le persone che seguono la politica e le news sui social media sono più portate a seguire posizioni populiste. E non so voi ma io ne ho anche le scatole piene di dover saltare i post di qualunquismo politico per vedere le foto dei figli dei miei amici. Quando ho visto un mio conoscente del mondo del reggae, tutto pace e amore, condividere un video dove “una soldatessa ucraina cantava una canzone mentre indossava una pettorina per usare un neonato come scudo umano” ho capito che oramai era troppo tardi. E qui estendo il paradigma anche alle catene su Whatsapp e su Telegram.
    • La socialità sui social, al di là di qualche commento sui post degli amici dopo il derby, è diventata uno slalom gigante tra pubblicità, contenuti acchiappaclic basati sull’algoritmo e sempre meno interazioni umane. Persino i social per il dating si sono pesantemente arenati: un po’ perché su internet non si rimorchia più e non si va più virali (il concetto di “visione in organico”, cioè senza pagare, è morto), un po’ perchè la gente vuole conoscersi di persona.
    • In tutto questo passerò a volo d’uccello sul fatto che questo porta ai soliti discorsi di FOMO (“che vita di merda faccio a Udine mentre a Milano c’è la vera vita”), di disinformazione, di dismorfofobia (i social sono un motore di propaganda per anoressia e malnutrizione) e un ricettacolo di malumori, sfogatoio orwelliano dei 15 minuti (…magari 15) di odio quotidiano. Gà sapete.

    Ho chiuso i miei account sui social network?
    No.
    Li tengo aperti e li uso solo come segreteria telefonica per i miei amici, e qualche raro post come per l’uscita del mio libro. Ma tipo di finire nel girone polarizzante del “commento al fatto del giorno”, mai più. Non sono interessato ad avere un’opinione su tutto, nè tantomeno a condividerla. La bellezza di farmi i cazzi miei in un adulto, dignitiso silenzio, raga, voi non avete idea che bellezza.
    Ma vorrei – sto riuscendo, lentamente, come con una lunga terapia di riabilitazione – ritrovare il tempo benedetto della noia, del non-intrattenimento, dello scacciare le vritti davanti al mio cervello per potermi concentrare nuovamente su compiti importanti per la mia vita ed esercitare quella stessa creatività che da bambino mi faceva sembrare una scopa come un’astronave. Quella roba lì.

    L’uso eccessivo e smodato della tecnologia, lo sappiamo, è un problema. Il fentanyl era un ottimo antidolorifico per i cavalli e ora è una droga che fa a pezzi interi stati.
    Forse, tra venti anni, l’uso eccessivo degli smartphone verrà considerato al pari di tabagismo e di alcoolismo. E chi stia sempre davanti al telefono verrà tacciato di essere uno sfigato e una scimmia ipnotizzata. Chissà.
    Intanto, io nel mio piccolo, me ne tiro fuori.
    Sapete dove trovarmi, qua fuori.

    1. https://it.wikipedia.org/wiki/Luddismo, per antonomasia chi sia nemico degli sviluppi tecnologici ↩︎
    2. una volta avrei detto la Tesla. I tempi cambiano, vedete? ↩︎

  • A 54 anni ho deciso cosa voglio fare da grande

    A 54 anni ho deciso cosa voglio fare da grande

    Prima di tutto, continuerò a costruire la mia azienda perché mi sopravviva. Ancora più importante, voglio che la nostra etica del lavoro, basata su equità, inclusività, rispetto, stipendi adeguati e #sostenibilità, influenzi positivamente altre aziende di qualsiasi tipo. La tecnologia, la visione, lo scopo e la conoscenza ci forniscono gli strumenti per andare finalmente oltre l’era in cui l’etica del lavoro muscolare, alienante e consumistica era la mentalità dominante.

    1. Puntiamo a fare la nostra parte per lasciare un mondo migliore dietro di noi. Questo include rispettare la salute fisica e mentale dei nostri lavoratori, creare prodotti inclusivi e accessibili, utilizzare tecnologie carbon-neutral per sviluppare il nostro lavoro, ed essere equi con le persone per cui lavoriamo pur rimanendo onesti con i loro utenti. Per quanto piccoli possiamo essere, ci assumiamo la piena responsabilità delle conseguenze delle nostre azioni.
    2. La cultura #consumistica tossica del “è per domani” esiste perché glielo permettiamo. Il 90% dei problemi e dei burnout si verifica a causa di scadenze senza senso.
    3. Se vuoi lavorare con noi, si tratta di come lavori, non di chi sei: puoi essere una madre, un migrante, etero, queer, asessuale, chiunque. L’unica cosa che giudicheremo è la qualità del tuo lavoro.
    4. Lavorare 24/7 è semplicemente una conseguenza di una cattiva gestione dei progetti ed è altamente sconsigliato nella nostra azienda, dove tutti smettono alle 17:00 indipendentemente da tutto.
    5. Non ci sono capi, non ci sono rockstar, non ci sono ego in ufficio. Consulto sempre i miei lavoratori prima di prendere decisioni: questo è realismo. Il mio mantra è chiedermi: “Quello che sto dicendo ha senso?”
    6. Paghiamo per l’educazione dei nostri lavoratori, o la forniamo durante l’orario di lavoro regolare: chiedere ai tuoi dipendenti di studiare nel loro tempo personale per il tuo profitto è malvagio.
    7. Non abbiamo un “gruppo WhatsApp aziendale” perché “sembra più veloce”. Usiamo Slack, e ai nostri lavoratori non è permesso usarlo fuori dall’orario di lavoro. Se hai un gruppo WhatsApp con i tuoi lavoratori, stai invadendo il loro tempo.
    8. Evitiamo le stronzate del team-building aziendale e della felicità finta come la peste: quando abbiamo pensato di fare un pranzo pre-natalizio (pranzo, non cena, perché sicuramente hai parenti o amici che preferisci più di noi), abbiamo fatto un sondaggio anonimo su Slack. Goditi il tuo tempo come desideri, te lo sei meritato.
    9. Proteggiamo la privacy dei nostri lavoratori. Abbiamo licenziato un cliente molto famoso quando abbiamo scoperto che stava cercando di contattare uno dei nostri lavoratori per far fare le cose “senza dircelo”.
    10. Potrei essere la risorsa più importante della mia azienda. Sono sicuramente il suo punto di fallimento più alto. Cerca sempre consigli da persone migliori di te. Può solo migliorare le cose.

    Dove mi vedo tra dieci anni? Spero sinceramente che entro allora Ensoul avrà un CEO molto migliore di me e che io ne farò ancora parte in un ruolo diverso. Se il tuo piano è solo essere IL CAPO, i tuoi sogni mi sembrano piuttosto infantili.

    È il nostro momento di plasmare il futuro e rendere questo mondo un posto più sano.